1998, l’Italia di Davis dall’impresa di Milwaukee alla finale con la Svezia

1998, l’Italia di Davis dall’impresa di Milwaukee alla finale con la Svezia

Non solo 1976. L’Italia di Davis visse il suo anno di splendore anche nel 1998, quando solo la sfortuna privò la formazione italiana guidata da Bertolucci della seconda insalatiera della sua storia.

Dimentichiamo per un attimo l’Italia di Nicola Pietrangeli, Orlando Sirola e Sergio Tacchini, che si arrese nella doppia finale con l’Australia, 1960 e 1961; liberiamo il campo dalla nostalgia per i moschettieri azzurri, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, che trionfarono nel Cile insanguinato di Pinochet nel 1976 per poi guadagnare l’atto conclusivo nel 1977, 1979 e 1980 per cedere il passo all’Australia ancora, agli Stati Uniti di McEnroe e alla Cecoslovacchia del giovane Lendl… insomma, volgiamo lo sguardo al recente passato e celebriamo come è giusto che sia l’ultima Italia capace di raggiungere la finale di Coppa Davis, anno del Signore 1998.

IMPRESA SFIORATA – Già, proprio Paolo Bertolucci, trait d’union tra il prima e il dopo, tra l’ultima Nazionale a far sognare l’insalatiera d’argento esercitando la specialità del doppio accanto all’amico Adriano Panatta, stella di quella nidiata di campioni e prima di lui guida tecnica dalla panchina, e quella che ha da difendere le due ultime semifinali del 1996 e del 1997, sconfitta prima 3-2 a Nantes dalla Francia e poi 4-1 a Norrkoping dalla Svezia vincitrice in finale con gli Stati Uniti. Appunto, Stati Uniti e Svezia, tenete a mente queste due squadre, le ritroveremo nel corso della competizione e saranno due sfide destinate ad entrare nell’almanacco del tennis bianco-rosso-verde.

PRIMO TURNO – Capitan Bertolucci ha dalla sua una buona dose di fortuna, occorre dirlo, se è vero che l’urna accoppia all’Italia, per il primo turno da giocarsi dal 3 al 5 aprile, l’India, con il fattore campo a favore e la scelta della sede dell’incontro che ricade su Genova. La vittoria, 4-1 infine, è garantita da Andrea Gaudenzi, che al venerdì batte Prahlad, mettendo così una pezza al rovescio di Davide Sanguinetti con Bhupathi, triplice 6-4, per poi assicurare il terzo punto la domenica con il numero uno avversario, e dal doppio formato dallo stesso Gaudenzi e Diego Nargiso, che si impongono 6-3 6-4 3-6 6-3 alla coppia Bhupathi/Syed, non proprio due spauracchi, ipotecando così la qualificazione al turno successivo.

LA ROSA – Bertolucci ha messo in piedi una squadra solida, coesa, che fa dello spirito di gruppo il suo marchio di fabbrica. Tutti per uno ed uno per tutti, magari in contrasto con la dirigenza ma ben compattati attorno al capitano-non giocatore. Il faentino Andrea Gaudenzi è la stella di prima grandezza, un giocatore che da junior aveva lasciato intravedere un futuro luminosissimo con i trionfi, nel 1990, a Parigi e New York, per poi invece pagare pesante dazio all’enorme pressione su di lui riposta al momento del passaggio al professionismo. La caduta agli inferi e la risalita verso una carriera più che dignitosa erano state il frutto del lavoro svolto alla scuola dell’austriaco Ronnie Leigteb, mentore dell’ex-numero 1 del mondo Thomas Muster, ed ora Gaudenzi è puntualmente lì dove le attese lo avevano annunciato, ovvero almeno il miglior prodotto tennistico italiano. Accanto a lui uno spezzino, Davide Sanguinetti, giunto tardi alla notorietà, costruitosi con l’esperienza americana alla Harry Hopman Academy in Florida ed ormai avviato a sostituire Renzo Furlan nel ruolo di secondo singolarista. L’uno, Gaudenzi, dal gioco massiccio che ben si sposa con la terra battuta l’altro, Sanguinetti, abile nel colpire d’anticipo e particolarmente adatto alle superfici rapide. Assieme a loro, il talento mancino ed incostante di un altro ragazzo che da giovincello aveva fatto sperare in ben altri risultati, il napoletano Diego Nargiso, veterano e chioccia del gruppo ma ancora ottimo doppista. Oltretutto, il che non guasta, perfettamente in sintonia con il clima di Coppa Davis.

ZIMBABWE KO – Insomma, una volta risolta la pratica India, dal 17 al 19 luglio ci si sposta a Prato, sempre sull’amata terra rossa, e l’avversario, ancora una volta, è quanto meno abbordabile. Tocca infatti allo Zimbabwe dei fratelli Black, Byron e Wayne, stabilmente tra i primi cento giocatori del ranking, ma scarsamente predisposti al gioco sul rosso. Già la prima giornata è sufficiente a certificare la disparità di forze, Gaudenzi ha vita facile con Wayne, 6-3 6-3 6-4, Sanguinetti non tradisce le attese con Byron, 6-3 6-3 6-0, e il doppio del sabato, con Andrea e Diego a battere i fratelli Black in quattro set, dopo aver perso il primo, rende platonici gli ultimi singolari della domenica. 5-0, e in un tabellone che vede Svezia e Germania avanzare alle semifinali nella parte alta, offre invece all’Italia, ancora tra le quattro migliori esattamente come nelle due ultime edizioni, l’ostacolo Stati Uniti. Da affrontare in trasferta, oltre Oceano, a Milwaukee, dal 25 al 27 settembre.

SEMIFINALE NEGLI USA – E qui si scrive una pagina storia di tennis tricolore. Certo, sul cemento indoor che tanto piace agli americani non ci sono Sampras e Agassi, numero 1 del mondo e il suo sfidante più accreditato, ma l’esperienza di Todd Martin, scivolato al numero 28 del ranking, e la giovanile esuberanza di Jan-Michael Gambill, numero 50, sembra sufficiente a garantire alla squadra di casa i favori del pronostico. La Coppa Davis, lo sappiamo, invece ama sottrarsi a quelle che sono le gerarchie stabilite a tavolino, e i ragazzi in maglietta azzurra compiono l’impresa. Sono infatti sufficienti 48 ore per spengere gli ardori stelle-e-strisce, con Gaudenzi che risolve a sua favore due delicatissimi tie-break per imporsi infine in quattro set a Gambill e Sanguinetti, forse alla miglior recita in carriera con la Nazionale, che annienta Martin, uno pur sempre capace di giungere a due finali Slam, seppur perdute, 7-6 6-3 7-6. Quando poi Gaudenzi e Nargiso, mai così ispirati, vanno avanti 6-4 7-6 con Gimelstob/Martin, si fanno riagganciare 7-5 6-3, infine chiudono 6-3 al parziale decisivo, la settima finale di Coppa Davis per l’Italia è un dato acquisito.

L’ACUTO MANCATO – L’atto conclusivo, dal 4 al 6 dicembre, ha come teatro il Forum di Assago e i suoi 15.000 scatenati sostenitori del clan Italia. L’ostacolo è di quelli tosti, la Svezia detentrice del titolo e finalista in quattro delle ultime cinque edizioni, ma è altresì vero che la squadra scandinava è battibile nei due singolaristi, Magnus Gustafsson numero 31 e Magnus Norman numero 52, rimanendo invece fortissima e favorita nella coppia di doppio composta da Bjormann e Kulti. Si gioca su una terra battuta indoor che più lenta non si può, ed i primi a scendere in campo sono Gaudenzi e Norman, numero 1 d’Italia contro numero 2 di Svezia. Le prospettive si sbilanciano a favore dell’azzurro, ed in effetti il beniamino del pubblico milanese fa gara di testa, vincendo primo e terzo set, 7-6 6-4, perdendo invece secondo e quarto parziale, 7-6 6-3. La sfida è interminabile ed estenuante, ma pare volgere a favore di Andrea che sul 6-5 del set decisivo serve per il match. A questo punto fa capolino l’ospite inattesa, e pure tremendamente sgradita, la sfiga, che la combina grossa: al momento della battuta il tendine della spalla destra di Gaudenzi, già martoriata nelle settimane precedenti al punto che il faentino era stato costretto all’inattività dopo la semifinale di settembre per sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico, cede di schianto. L’urlo in mondovisione raggela i presenti, blocca lo sfortunato tennista costretto al ritiro e di fatto consegna alla Svezia, che in maniera del tutto anomala incamera il primo punto, l’insalatiera d’argento.

Perchè poi Gustafsson smaschera le incertezze di Sanguinetti su terra battuta, infliggendo al nostro una severa lezione, 6-1 6-4 6-0, e il doppio del sabato, con Bjorkmann e Kulti che con un altrettanto eloquente 7-6 6-1 6-3 superano Nargiso e Sanguinetti, strappa la Coppa Davis al sogno azzurro di dar seguito ai “ragazzi del 1976” e prende la strada della Scandinavia. Direzione Stoccolma.
Dal blog di Nicola Pucci

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