Marco Meneschincheri ai microfoni di Tennis Circus

Marco Meneschincheri ai microfoni di Tennis Circus

Meneschincheri, voce di Supertennis ci ha concesso un’intervista dove ci parla della sua carriera e di quello di cui si sta occupando.

Marco Meneschincheri, voce di Supertennis, ci ha concesso un’intervista dove ci parla della sua carriera e dei suoi attuali progetti. Nato a Roma nel 1972, Marco viene da una famiglia di tennisti: è proprio dai genitori che eredita la passione per la racchetta. Un destino segnato, il suo, che gli ha portato una carriera professionistica piena di soddisfazioni, con un best ranking al n. 131 del mondo, raggiunta nel 1998, quando era uno dei tennisti più forti d’Italia.  Marco, che si è ritirato a soli 26 anni per un infortunio alla caviglia destra, ci racconta del suo passato, del tennis italiano e in generale; afferma di sostenere strenuamente il n. 1 azzurro Fabio Fognini, nonostante molte volte l’opinione pubblica ultimamente sia molto severa con lui.

Ciao Marco, grazie per averci concesso un’intervista. A che età hai impugnato per la prima volta la racchetta e che emozioni hai provato?

Come tu saprai io vengo da una famiglia di tennisti e ovviamente mio padre Carlo mi ha messo la prima volta la racchetta in mano. Conservo ancora delle mie foto che mi ritraevano in azione da bambino: avevo quattro o cinque anni appena. Mio fratello Mino è stato prima categoria ed ha frequentato il centro di Formia, stessa cosa per l’altro fratello Giorgio. Ora sono medici ambedue. Io, invece, non non potevo non scegliere la strada del tennis…

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Quando hai capito che il tennis sarebbe diventato il tuo futuro professionale?

La mia famiglia in primis ha voluto che studiassi, prendessi la maturità scientifica e che mi laureassi, come è accaduto, in Scienze Politiche. Per questo motivo, il tennis andava a rilento. Quando fui convocato a 15/16 anni al Centro Tecnico Federale di Riano, mi resi conto che qualcosa stava cambiando. Successivamente, quando sono diventato campione italiano con un anno di anticipo – allora i Campionati avevano un valore differente di quelli attuali -, qualche pensierino un po’ è venuto. Le prime vittorie, le prime lotte… Competere diventa una droga positiva e non ne esci facilmente.


Raccontaci il momento più bello ed emozionante della tua carriera.

Di momenti ce ne sono tanti. Incontrare Carlos Moya agli ottavi di finale di Amburgo, che a suo tempo era un ATP 1000, mentre era n.1 al mondo; qualificarsi agli Internazionali d’Italia. Il più bello, però, è stato ricevere dal CONI la medaglia di Bronzo per valori atletici e sportivi nel 1998.

E il tuo momento più brutto?

Senza dubbio l’incidente che mi ha fatto smettere di giocare a soli 26 anni, a fine 1998, proprio alla fine del mio migliore anno tennistico. Ringrazio ancora i miei genitori perché sono stati i primi a farmi capire che dopo la vita tennistica inizia un’altra vita. Per questo gli studi sono stati fondamentali per il mio futuro.

Quali sono i giocatori della tua epoca (intesi, non sto dicendo che sei vecchio, io ne ho 47), che ricordi con maggior piacere sia perché avevi un bel rapporto sia come tipologia di gioco?

R: Fai bene a dire della mia epoca, sono vecchietto… Io ho vissuto dal 2001 per ben 7 anni a Barcellona, nell’Accademia di Manolo Orantes, perciò ho ancora ottimi rapporti con i giocatori con cui mi allenavo: Jordi Arrese in primis, Carlos Costa ed altri. A livello italiano viaggiavo spesso e mi ritrovavo spesso ai tornei con Vincenzo Santopadre, Pesco ed altri.

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E oggi, quali giocatori apprezzi di più in campo maschile e femminile?

 Scontato dire Roger per il maschile, ma stimo molto anche Nadal. Io penso che loro hanno dato e stanno ancora dando linfa vitale al tennis mondiale. Grazie a loro si sono viste le partite più belle, esaltanti come quella finale di Roma durata più di 5 ore. Spero possano vivere sportivamente per altri 100 anni. Per quanto concerne il femminile reputo Serena di un altro pianeta:  quando vuole vincere lo fa sempre. Un esempio di professionalità dentro e fuori dal campo.

A livello italiano ho debole per il mio amico Fabio Fognini. Questo mi porta a subire tanti attacchi ma reputo che Fabio sia un Campione con la C maiuscola e che si riprenderà. Per il femminile Flavia è quella che mi piace di più da vedere e per il suo carattere. Ricordo ancora un messaggio che gli mandai quando era ferma dall’infortunio: “Con sei mesi di tennis torni tra le prime 20”. Lei rispose: “Ma giocano tutte come dei treni…”. Avevo ragione io.

Dopo il ritiro dall’attività hai pensato di fare il coach?

No, il coach non lo ho mai fatto, mi occupo di tutt’altro. La mia laurea in Scienze Politiche ed una borsa di studio in Marketing Sportivo mi ha portato a lavorare in primis in una delle società più importanti al mondo che è la Infront, a suo tempo Media Partners, e successivamente per la Federazione Tennis, nel campo del marketing. Se per coach vuol dire far giocare in tarda serata qualche bambino allora si ogni tanto accade al Foro Italico… E in quei casi, non so chi si diverte di più dei due, se io o il bambino!

Ti stiamo apprezzando come commentatore sull’emittente Supertennis. Raccontaci come vivi questa esperienza.

Sicuramente non era nei progetti, anche se prima di arrivare a Supertennis avevo collaborato per Eurosport e per Sky, questo quando ancora giocavo da professionista. Spero che i giocatori si rendano conto della fortuna che hanno, ai miei tempi andavi in televisione solamente se eri top 20, e gli stessi non avevano comunque la stessa visibilità di ora. Fare il commentatore tecnico è molto più complicato di quanto sembra. In primis devi avere una grande passione, perché se la vivi con passione riesci anche a trasmetterla.

Devi studiare i giocatori, conoscere le loro caratteristiche e soprattutto leggere la partita in tempo reale. Il bravo commentatore tecnico è quello che anticipa quello che accadrà. Ovviamente questo è un rischio, ma fa la differenza. Certe volte ci criticano poiché critichiamo le scelte del giocatore; ricordo che seduti a mente lucida è più facile vedere certe situazioni.
E poi devi avere una moglie tanto paziente, perché io sono occupato 20 week-end l’anno, oltre al lavoro settimanale.

Ti congediamo (passaci il termine militaresco) chiedendoti se nel tennis hai ancora obiettivi particolari.

Insieme a mia moglie Roberta vorremmo far giocare nostro figlio Federico, che ha appena 5 mesi…  Abbiamo ancora tempo, ma la palla ora tocca a lui.

Di Adamo Recchia

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