Appunti e curiosità del Tennis del Sol Levante

Appunti e curiosità del Tennis del Sol Levante

Se ci fermassimo a riflettere su ogni aspetto del nostro mondo, quello che conosciamo e quello che ancora dobbiamo imparare a conoscere, ci accorgeremmo che ogni storia, leggenda o esperienza ha radici profonde nella cultura in cui è nata.
Se i personaggi più importanti della storia della civiltà fossero nati in un luogo diverso rispetto a quello in cui realmente hanno visto per la prima volta le luci del mondo, probabilmente oggi molti dei loro nomi sarebbero nel dimenticatoio.
Entrano in gioco diversi fattori nel successo di una nazione, di un individuo e nello sviluppo di uno sport in un paese diverso da un altro. In una sola espressione, potremmo asserire che i personaggi e gli atleti di ogni nazione sono lo specchio della propria cultura.
 Japan-Flag-5Se dovessimo occuparci  di uno sport come il tennis in Giappone, ci renderemmo conto che i suoi atleti sono fortemente legati  ad antichi valori tramandati loro generazione dopo generazione.

La storia del Giappone documentata comincia approssimativamente nel 400 D.C e gli eventi e la cultura hanno contribuito a delineare mille sfaccettature di una società ancora oggi fortemente radicata in credenze antiche, una società così lontana e diversa dalla nostra, da quella occidentale.

In un contesto simile, se si eccettuano le arti marziali, il Giappone compare raramente nei discorsi riguardanti i top mondiali di questo o quest’altro sport, ma per quanto riguarda il tennis, sembra essersi levata l’alba di una nuova era ed è il momento giusto per andare alla scoperta delle personalità principali che hanno e stanno contribuendo allo sviluppo del tennis giapponese.

Vi riproponiamo alcune tra le personalità più significative che vale sicuramente la pena ricordare e che sono riflesso di una società in continuo sviluppo ma ancora fortemente attaccata a un passato che è presente e sarà futuro.

Il 2 maggio 2014, Benedetta Ruggeri, su Tennisfocuson.com, ha pubblicato un articolo che ha subito attirato l’attenzione per la spiccata originalità. L’articolo è dedicato alla tennista giapponese Kimiko Date- Krumm, classe 1970, oggi numero 101 nel Ranking WTA.

kimiko bela foto

Con le parole della giornalista sopracitata, vi sottoponiamo il “Caso curioso di Kimiko Date”: “Non è dato sapere che cosa mantenga Kimiko Date-Krumm in piedi in un mondo che spesso, non appena l’età inizia ad avanzare, fa di tutto perché tu possa cadere, desideroso di farti capire che ormai per te al suo interno non c’è più posto. Forse anche lei, come Benjamin Button, è nata in circostanze insolite, quel 28 Settembre del 1970. Di sicuro nella sua mente deve essere fissa una frase: non è mai troppo tardi.”

Kimiko è nata mancina, mangia e scrive con la mano sinistra, ma a tennis ha dovuto imparare a giocare con la destra. In pubblico non poteva certo usare “la mano del diavolo”.

In giapponese, le persone mancine si chiamano “hidari kiki” e le  destre “migi kiki”. Esistono poche parole “mancine” nella lingua giapponese perché quasi tutti i bambini mancini sono costretti dai loro genitori a cambiare la mano dominante quando sono piccoli. L’etimologia stessa della parola “mancino” tende a far considerare il mancinismo negativamente. Mancino deriva infatti dal latino “mancus” ed è sinonimo di mutilato e storpio.

Analizzando la storia del mondo, Europa compresa, si incontrano vari episodi che mostrano come l’utilizzo della mano sinistra non fosse visto di buon occhio. Questa era considerata la “mano del demonio”, degli “invertiti” e dei “rovesciati”.

Il nonno le spiegò tutto da piccolina dicendole che ,se avesse giocato a tennis con “la mano del diavolo” ,in Giappone sarebbe stato considerato qualcosa di estremamente disonorevole. Fu così che la piccola cominciò ad esercitarsi con l’altra mano.

Nonostante il tennis fosse ancora molto arretrato e le scuole non fossero sicuramente sviluppate quanto quelle in America, la piccola Kimiko, una donna di 53 Kg per 1, 65 m di altezza, riuscì a scalare la classifica ed aggiudicarsi il quarto posto nel Ranking WTA nel 1995.

Come in moltissimi altri casi, la fama, il successo e lo stress dovuto alla necessità di mettersi continuamente in gioco la portarono a sentirsi sola persino tra il pubblico che tifava per lei.

Si ritirò dalla scena dopo l’Olimpiade di Atlanta nel 1996 e per ben dodici anni restò lontana da quel campo che tanto le aveva dato quanto le aveva tolto. Continuò  ad occuparsi di tennis perché nonostante tutto restava lo sport che amava. Fece la commentatrice tecnica nei tornei Slam per la televisione giapponese e finì addirittura protagonista di un videogame. Partecipò alla maratona di Londra. Nuotò molto e per intere mattinate. Fino a quando un giorno il marito, il corridore automobilistico tedesco Michael Krumm, le disse:

“Cara, non è meglio se torni a giocare nel circuito? Sento che ti manca.”

kimiko

Dopo l’infortunio al tendine nel 2004, Kimiko si era rassegnata a pensare al tennis come passato e il libro autobiografico “Last Game” ne è la prova. Quattro anni più tardi, a 39 anni suonati rientrava in campo riproponendo il  gioco grintoso, fatto di rovesci tagliati, volée e smorzate imprendibili.

Il 28 settembre questa incredibile donna, che sembra davvero la reincarnazione reale del famoso Benjamin Button, ha compiuto 44 anni e sembra non avere alcuna intenzione di arrendersi al trascorrere inesorabile del tempo.

Kimiko appartiene al Giappone ed è  semplicemente nata nel posto giusto, nell’unico posto in grado di forgiare un carattere così determinato e grintoso, anche se non per tutti è stato così.

Nel suo caso,  anche quando nel ’96 abbandonò il tennis, non riuscì mai a dimenticarlo e fece sempre parte della sua vita in quei lunghissimi dodici anni di “ separazione”. Lo stesso vale per la sua terra, per quel paese rigido e arretrato che certamente non le aveva spianato la strada verso il successo sportivo, ma che ha sempre amato a tal punto da pensare, a inizio carriera,  che il Giappone e i tornei locali le sarebbero bastati per soddisfare le sue ambizioni.

Con il tempo si rese conto di quanto sarebbe stato importante imparare la lingua inglese e viaggiare, senza mai dimenticare le radici. A tal proposito, molte colleghe giurano di averla vista cucinare polpette e riso negli spogliatoi dei grandi tornei.

“Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c’è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo. Possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio. Spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero”.

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Se Kimiko Date è fonte di giovinezza,coraggio, cambiamento, forza di volontà e dedizione, non possiamo non ricordare anche la triste storia di Jiro Satoh, di cui si era già occupato Andrea Cherchi con un articolo dedicato alla sua storia.

Jiro non riuscì a sopportare il peso del successo e si tolse la vita in un pomeriggio d’aprile del 1934 gettandosi in mare dalla cabina della nave di linea Hakone Maru su cui viaggiava.
Andrea ci raccontò così:
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Nel 1932 e 1933 Satoh aveva mostrato il suo valore a livello internazionale, sconfiggendo campioni conclamati del livello di Cochet, Crawford, Wood, Vines ed anche il grande Fred Perry.

Semifinalista in Australia (1932), al Roland Garros (1931 e 1933) ed a Wimbledon (1932 e 1933), in assenza di ranking ufficiali, era stimato come il terzo giocatore del mondo. Ora si era imbarcato su una nave diretta in Europa per guidare il Giappone in un incontro di Coppa Davis contro l’Australia e per tentare un nuovo assalto all’ambita corona di Wimbledon. Ma questo peso lo schiacciava.

Chiuso nella solitudine della sua cabina non pregava per la vittoria, ma per il perdono. E’ difficile capire perché un atleta di solo 26 anni, tanto forte, ammirato e combattivo, con una vita felice, con alle porte un imminente matrimonio con la sua bellissima fidanzata, la tennista connazionale Sanaye Okada, abbia improvvisamente abbandonato ogni speranza.

Apprezzato e stimato da tutti, rispettato da colleghi ed addetti a lavori, per la sua classe e sportività, da tutti preso ad esempio, Satoh aveva probabilmente una personalità disturbata.

Attorno alle 23,30 il compagno Jiro Yamagishi entrò nella cabina, trovandola vuota.

Sul piccolo tavolino-altare erano visibili due lettere. Una indirizzata all’intero team di Coppa Davis che spiegava quanto Satoh, reduce da una polmonite, fosse preoccupato per il suo stato: “Non credo potrei essere capace di aiutare la nostra squadra. Al contrario, potrei essere fonte di impiccio e preoccupazione. Date il massimo per fare meglio di ciò che avrei potuto fare. Io prego per voi e credo in voi. Sarò al vostro fianco in campo, con lo spirito”. Nella seconda lettera, diretta al capitano della nave, si scusava per i guai e l’imbarazzo che il suo gesto avrebbe potuto provocare. Ogni ricerca fu vana. Jiro Satoh non fu mai ritrovato.
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Da ricordare anche Shuzo Matsuoka, ex tennista giapponese. In carriera ha vinto un titolo in singolare e uno di doppio. Nei tornei del Grande Slam ha ottenuto il suo miglior risultato raggiungendo i quarti di finale nel singolare a Wimbledon  nel 1995 e Ai Sugiyama, ex numero 1 del mondo nel doppio femminile. Particolarmente ricca di successi la sua carriera nel doppio, è riuscita infatti ad aggiudicarsi 36 tornei del circuito WTA di cui 3 nel Grande Slam di doppio femminile e 1 di doppio misto. La sua carriera di singolare è stata meno soddisfacente, tuttavia è riuscita a trionfare in 6 tornei singolari.

Merita di essere citato anche un coach giapponese, a cui si deve il merito di aver contribuito allo sviluppo del tennis in Mongolia. Lui è Masahiko Yoshida (nato nel 1977 a Osaka), l’unico coach nipponico con certificato ITF 1. Ha lavorato con Matsuoka, Kimiko Date e Ai Sugiyama.

Nel 2002 raggiunse la Mongolia e si pensa che il primo giorno di lavoro per la Federazione mongola per lui sia stato un incubo: aveva a disposizione solo 30 giocatori, 15 palline da tennis e 7 racchette. Perciò, per i primi tempi Yoshida organizzò allenamenti con palline arrotolate di carta di giornale tenute insieme da strisce di scotch.

Dopo due anni i primi giocatori mongoli si affacciarono sul circuito ITF. Prima di andarsene dalla Mongolia si impegnò nella traduzione del manuale ITF 1 in mongolo per renderlo accessibile anche ai nuovi colleghi autoctoni. Nonostante la sua presenza, ancora oggi la situazione del tennis mongolo rimane disperata.

Nel 2009 Yoshida tornò in Mongolia diventando National Coach, ma l’obiettivo principale non fu mai quello di creare campioni, bensì gettare le basi per lo sviluppo del tennis.

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Quest’anno per il Giappone è stato un anno di sorprese e soddisfazioni. Il tennista Key Nishikori, classe 1989, attualmente numero 7 nel Ranking ATP, si è consacrato come primo giapponese ad essere entrato in Top 10.

La finale di US Open ha probabilmente segnato una svolta ed ha entusiasmato l’Asia intera, infatti per la prima volta negli ultimi nove anni non è stata giocata una finale di un torneo del Grande Slam da uno dei tre giocatori che ha dominato il circuito dal 2003 ad oggi, ovvero Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic. Kei è stato il primo giapponese ad aver raggiunto una finale Slam scatenando l’entusiasmo dei suoi connazionali che hanno cercato di trasmettergli tutto l’affetto possibile pur trovandosi dall’altra parte del pianeta.

Ricordiamo che il suo soprannome era “Project 45”, in quanto l’obiettivo principale della IMG era superare il best ranking di Shuzo Matsuoka che era stato numero 46 nel Ranking ATP e “costruire” un giocatore capace di migliorare quel record.

Nel novembre 2011 è riuscito nell’impresa ed ha continuato a salire fino a quest’anno quando è entrato in Top 10.

Da dicembre 2013 Kei è allenato da Michael Chang, ex campione del Roland Garros nell’ ’89, ed è stato inserito nella classifica di Forbes tra i dieci tennisti che nel 2014 hanno guadagnato di più.

Il giovane tennista è considerato l’eroe del Giappone, colui che ha riportato la Gloria in patria.

Riccardo Bisti, su Federtennis.it, lo ha definito il “Messia dello sport giapponese” e ha ripercorso minuziosamente tutti i passi principali della sua carriera fino ad oggi e il rapporto con la patria.

Una mattina dell’ormai lontano 2008, all’età di 18 anni, 1 mese e 19 giorni, Nishikori, dopo aver perso le qualificazioni del challenger di Dallas, venne mandato a Delray Beach e vinse il torneo, annientando Sam Querrey in semifinale e battendo James Blake, allora numero 12, in finale.
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Per il tennis giapponese fu come un fulmine a ciel sereno: i media impazzirono e la prima volta che Nishikori giocò a Tokyo ne fu la prova: sceso dall’aereo il giovanissimo Key trovò ad attenderlo 60 giornalisti e sei troupe televisive. Oggi, ogni volta che torna in Giappone, vengono prenotati due o tre aerei per confondere le acque.

Nel 2008 le sue conferenze stampa erano talmente affollate che tolsero le sedie e vi si poteva partecipare soltanto in piedi. L’addetto stampa dell’ATP ricevette ben 24 richieste di interviste one-to-one. Per un ragazzo così giovane gestire tutta quella pressione deve essere stato estenuante e Key ha dichiarato che, ancora oggi, deve addirittura travestirsi per fare shopping a Tokyo.
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L’11 marzo 2011,alla vigilia del suo esordio ad Indian Wells, il Giappone fu sconvolto da un terrificante terremoto che provocò 30.000 vittime.  Nishikori si riunì col suo team e decise ugualmente di scendere in campo. Lui stesso affermò: “Alla fine scesi in campo, era l’unico modo per dimostrare la mia vicinanza. Ma in quei giorni mi domandai se davvero valeva la pena giocare a tennis”.

Il giornalista Riccardo Bisti non avrebbe potuto trovare parole migliori per descriverci cosa rappresenta Kei Nishikori per il suo paese:

“L’ultima volta che è tornato in Giappone è stato nell’aprile di quest’anno, in occasione del match di Coppa Davis contro la Repubblica Ceca. Non vi ha potuto prendere parte a causa dell’infortunio agli adduttori patito a Miami, ma si è ugualmente recato all’Ariake Coliseum per sostenere i compagni. L’amore per il suo paese è stato più forte del fastidio di 13 ore di volo.

Senza di lui, il Giappone è tornato nei ranghi e non ha potuto onorare con una vittoria l’80esimo anniversario della morte di Jiro Satho. Ma ci sarà tempo per rifarsi, anche perchè Kei ha regalato al tennis una popolarità senza precedenti. Ci sono sempre più praticanti e il Centro Tecnico Nazionale, inaugurato qualche anno fa, funziona piuttosto bene. Sono emersi giocatori interessanti e la tendenza è positiva. Ha creato così tanto entusiasmo da convincere il 36enne Katsushi Fukuda a riprovarci dopo anni di inattività.

La storia del tennis giapponese è fatta di drammi. Oltre Jiro Satho, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, si uccise anche Ryosuki Nunoi, pure lui quartofinalista in Australia. Nishikori non conosceva queste storie: mentre cresceva a Bradenton, tra un allenamento e l’altro, preferiva chattare con gli amici oppure guardare i cartoni animati giapponesi. A stento rivolgeva la parola a Zachary Gilbert, il figlio di Brad, che per qualche periodo è stato il suo compagno di stanza. Oggi le cose sono cambiate. Kei ha preso coscienza del suo valore e della portata storica dei suoi successi. Grazie a lui, il tennis giapponese potrà cancellare il dramma e vivere la gloria. Il progetto è appena iniziato”.
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 Fonti:  www.dartortorromeo.com

www.tennis.it

www.tennisworlditalia.com

www.lastampa.it

www.federtennis.it

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