La rinascita di Pavlyuchenkova dalla malattia di Lyme all’ottavo di finale a Wimbledon

Dopo la malattia di Lyme e un errore clamoroso del sistema elettronico a Wimbledon, Pavlyuchenkova torna nei quarti con forza e consapevolezza. Una storia di riscatto.
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Una rinascita lunga nove anni

Wimbledon, con la sua tradizione secolare e la sua aura impeccabile, ha ritrovato nei suoi prati verdi una storia di resilienza e riscatto. Anastasia Pavlyuchenkova, a distanza di nove anni dall’ultima volta, è tornata tra le migliori otto del torneo londinese. Ma non si tratta solo di tennis. Dietro il suo sorriso tirato e la determinazione con cui ha sconfitto la britannica Sonay Kartal, c’è il peso di mesi vissuti nell’ombra, divorati da una malattia subdola: la malattia di Lyme.

L’anno per lei era iniziato nel migliore dei modi con un altro quarto di finale raggiunto agli Australian Open. Ma poco prima di Indian Wells, un’improvvisa stanchezza cronica, mal di testa persistenti e una mente annebbiata hanno fatto emergere la diagnosi. “Era orribile, avevo mal di testa continuo e non riuscivo nemmeno a vedere chiaramente”, ha raccontato in una conferenza stampa. La malattia, trasmessa dalle zecche e difficile da diagnosticare, ha rallentato la sua carriera e messo in discussione il suo futuro.

Nonostante un ciclo di antibiotici, il recupero è stato più difficile del previsto. Pavlyuchenkova ha ammesso di essere tornata troppo presto in campo, spinta dalla voglia di non arrendersi. Il suo corpo, però, ha chiesto il conto: “Mi sentivo bene, ma poi quasi svenivo durante gli allenamenti”. Solo con il tempo, la pazienza e una nuova prospettiva è riuscita a ritrovare equilibrio, accettando i propri limiti e apprezzando di nuovo ogni momento in campo. “Prima davo tutto per scontato. Ora ogni partita è un dono, e non so quanto tempo mi resta da giocare”.

La partita e la beffa

Nel giorno del suo ritorno ai quarti a Wimbledon, Pavlyuchenkova non ha dovuto affrontare solo l’avversaria. Al centro di una vicenda controversa, la russa è stata protagonista di un episodio che ha scosso l’immagine impeccabile del torneo.

Nel corso del primo set, sul punteggio di 4-4 e vantaggio per lei, Sonay Kartal ha giocato un rovescio chiaramente fuori, almeno una spanna oltre la linea. Ma il nuovo sistema elettronico di chiamata, l’Electronic Line Calling (ELC), non ha segnalato nulla. Il giudice di sedia, disorientato, ha fermato il gioco con un “stop, stop” e dopo un’attesa surreale ha ordinato di ripetere il punto. “Pensavo avrebbe preso l’iniziativa, mi ha detto che anche lui aveva visto la palla uscire”, ha raccontato Pavlyuchenkova. Invece, nessuna chiamata, nessuna decisione. Solo l’assurdità di un sistema tecnologico “disattivato per errore per un game”, come ammesso dagli stessi organizzatori.

Quel punto, che avrebbe potuto portarla sul 5-4, ha cambiato l’inerzia del set. Pavlyuchenkova è stata brekkata, e Kartal ha avuto persino un set point. Ma la russa non si è arresa. Ha vinto quel parziale, poi anche il secondo, e con essi la partita.

Nonostante l’amarezza per l’errore arbitrale, è emersa con la forza di chi ha affrontato qualcosa di molto più grave di una chiamata sbagliata: “È stato un momento cruciale. Serve un sistema chiaro, come nel calcio, perché non possiamo lasciare le decisioni al caso”. Il sistema ELC, sorvegliato da 50 operatori e 12 telecamere per campo, ha mostrato che nemmeno la tecnologia è infallibile. Ma lei sì, almeno quel giorno, lo è stata.

La consapevolezza della seconda vita

Oggi, Pavlyuchenkova non è più la giovane prodigio che bruciava le tappe. È una donna che ha attraversato il dolore, il dubbio, la malattia e ora torna a brillare con la maturità di chi sa cosa significa perdere tutto. Sull’erba che un tempo la spaventava, sta riscrivendo la propria storia. Lo ha fatto con una maglietta dei Metallica e le unghie a tema fragola, come se volesse ricordare a tutti – e a sé stessa – che la leggerezza può convivere con la profondità.

Con sette vittorie su otto partite sull’erba, il suo 2025 è una delle favole più inattese del tennis. Una favola che non ha ancora scritto il suo ultimo capitolo. “Forever trusting who we are, and nothing else matters…”. Il sogno continua, e forse non è più solo suo.

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