Bandiere vietate ai tennisti russi, il caso Isner riaccende lo scontro tra sport e guerra in Ucraina

John Isner chiede il ritorno delle bandiere per i tennisti russi, scatenando dure reazioni dall’Ucraina. Il dibattito tra sport e guerra resta acceso.
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Il dibattito sulla presenza di atleti russi e bielorussi sotto bandiera nelle competizioni internazionali è tornato al centro della scena, questa volta per le parole dell’ex tennista statunitense John Isner. A due anni e mezzo dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, l’ex numero uno americano ha definito «un po’ ridicola» la decisione di obbligare i tennisti di quei Paesi a gareggiare come atleti neutrali. Un commento che ha acceso un’ondata di reazioni, soprattutto dal fronte ucraino.

Dalla guerra al campo da tennis

Dal febbraio 2022, la guerra tra Russia e Ucraina ha avuto ripercussioni profonde anche nello sport. Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha imposto sanzioni severe, tra cui il divieto di ospitare eventi in Russia o Bielorussia e la rimozione di bandiere, inni e colori nazionali da qualsiasi competizione. Il tennis non è stato da meno: nel 2022 Wimbledon ha escluso del tutto i tennisti russi e bielorussi, una decisione che ha coinvolto nomi di spicco come Daniil Medvedev, Aryna Sabalenka e Andrey Rublev. L’anno successivo il divieto è stato revocato, ma la regola della neutralità è rimasta in vigore.

La miccia accesa da Isner

Il 7 agosto, Isner ha pubblicato un post su X chiedendo: «I tennisti russi possono tornare ad avere la loro bandiera?». Il messaggio, breve ma incisivo, ha trovato immediata risonanza. In Ucraina la reazione è stata dura: Sergiy Stakhovsky, ex tennista oggi arruolato nell’esercito, ha replicato invitando l’americano a trascorrere «una settimana qui» per capire il peso reale della guerra, ricordando che nessuno dei giocatori “difesi” da Isner ha mai condannato apertamente l’invasione. A corredo, Stakhovsky ha condiviso un video di bombardamenti, scrivendo che sperava di «rinfrescare la memoria» dell’ex collega.

Anche il popolare sito Ukrainian Tennis BTU ha espresso indignazione, descrivendo la frustrazione di vivere notti di attacchi e rifugiarsi in bagno con i propri figli mentre i droni russi colpiscono le città. «John, vieni a passare qualche notte a Kiev, Kharkiv, Dnipro o Odessa, poi ripubblica il tuo tweet», si legge in un messaggio che evidenzia come, dopo anni di guerra, per molti ucraini la priorità resti fermare le uccisioni, non restituire simboli nazionali agli avversari.

Le voci dissidenti tra i russi

Non tutti gli atleti russi o bielorussi sono rimasti in silenzio. Andrey Rublev ha lanciato messaggi di pace sui campi da tennis, Daria Kasatkina ha lasciato il Paese ottenendo la cittadinanza australiana, mentre Anastasia Pavlyuchenkova e Roman Safiullin hanno criticato apertamente l’operazione militare. Sono eccezioni che confermano quanto la questione sia complessa e carica di sfumature.

Un dibattito senza fine

Il caso Isner evidenzia quanto lo sport sia ancora intrappolato nelle conseguenze del conflitto. Per alcuni, la neutralità imposta è una necessità finché dura l’invasione; per altri, la politica dovrebbe rimanere fuori dai campi da gioco. In ogni caso, il ritorno delle bandiere per i tennisti russi e bielorussi resta un tema destinato a dividere ancora a lungo, finché le bombe continueranno a cadere.

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