Il tennis è uno sport democratico?

In tempi particolari come questi, il tennis sembra, purtroppo, il campo d’azione di grandi disparità tra chi, a livello economico, risente pesantemente dello stop forzato e chi, invece, non è particolarmente preso in causa.

di Jonathan Zucchetti, @J_Zucchetti

“Gran parte dei giocatori non può restare senza giocare e guadagnare soldi”, queste le parole di Bruno Soares, doppista brasiliano, riguardo la sospensione della stagione almeno fino al 7 giugno a causa del coronavirus. Le probabilità di riprendere gli eventi dei due circuiti maggiori, comunque, paiono davvero fioche e questo potrebbe mettere in difficoltà non pochi giocatori: “In molti hanno bisogno di guadagnare ogni mese; è una situazione complicata, che stiamo cercando di risolvere“, ha continuato il 38enne brasiliano in un’intervista per La Nacion. 

Un altro punto cruciale riguardante la variazione del calendario ATP e WTA è stato il caso Roland Garros: “I giocatori non sono contenti con la decisione presa dal Roland Garros e di sicuro l’ATP non approverà qualcosa che non è accettato da tutti“, ha detto Soares a riguardo; ovviamente, il riferimento è alla decisione, a quanto pare senza alcun consulto preliminare, da parte della FFT, corrispondente francese della FIT italiana, di spostare lo slam parigino subito dopo lo US Open, ossia dal 20 settembre al 4 ottobre.

Guardando in generale ai tennisti come lavoratori qualsiasi, essi sono classificabili come liberi professionisti, che devono i propri introiti quasi esclusivamente ai risultati ottenuti in campo: la monetizzazione grazie a degli sponsor, comunque, è spesso legata ai risultati ottenuti nei vari eventi, il che allinea molti giocatori a coloro che non possono mai contare su questo tipo di guadagno. Non bisogna, poi, dimenticarsi di come non tutto ciò che viene vinto rimane in tasca al giocatore. Al contrario, bisogna ricordarsi di coach, fisioterapisti, massaggiatori e tutti gli altri membri dello staff personale, anch’essi con stipendi spesso legati ai risultati del loro assistito.

In un’intervista rilasciata a L’equipe, Morgan Menahem, ex agente di sportivi del calibro di Tsonga, Benneteau e il cestista Tony Parker, suggerisce un intervento diretto da parte dell’ATP: essa potrebbe distribuire un contributo ai giocatori, in funzione della durata dello stop, pescando dal fondo pensione dell’associazione stessa. Al momento, infatti, sono 165 i giocatori che beneficiano di un versamento da parte del fondo pensione, in base ad una somma fissa accordata alla fine di ogni anno. La qualifica per poterlo ottenere consiste in aver contribuito, per almeno quattro anni, al fondo stesso e aver compiuto i 50 anni di età. Questo ipotetico contributo, ad ogni modo, sarebbe bilanciato da una riduzione, a livello di cifre, delle “pensioni” degli aventi diritto o tramite un “rabbocco” che avverrebbe dopo la normalizzazione della situazione.

Morgan Menahem

Ma quali sono i costi che ogni tennista deve sostenere? Secondo una stima dello scorso anno, effettuata dalla USTA, un giocatore professionista deve spendere almeno 140.000 dollari, più o meno 125.000 euro, l’anno per poter continuare nella sua attività: la cifra tiene conto dei viaggi e degli stipendi da pagare allo staff. Come può dunque, un tennista medio sostenere queste enormi cifre da spendere?

La risposta, paradossalmente, è facilmente trovata: partecipando agli Slam. Infatti, solo la qualificazione a US Open e Wimbledon permetterebbe di far guadagnare 90.000 euro, secondo un calcolo de L’Insider, di certo non la miglior notizia per moltissimi giocatori, visti i tempi correnti. Infatti, con uno Slam (Wimbledon) ufficialmente rimandato all’anno prossimo e due gli altri due rimanenti fortemente in dubbio, si prospettano numerosi grattacapi per gran parte del circuito.

Fonti: Ubitennis e Tennis World USA.

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