La lezione di Jorge Mir: “Il tennista deve essere un buon direttore d’orchestra”

La lezione di Jorge Mir: “Il tennista deve essere un buon direttore d’orchestra”

Tecnica, tattica, fisico e mente sono i quattro pilastri del tennis per il direttore del Real Club Jolaseta. Ma per arrivare alla miglior versione di sé va considerato anche l’avversario.

di Samuele Diodato

A tanti altri sport, e a tante professioni, nel corso della sua storia, il tennis è stato avvicinato. C’è chi anche ha visto negli uomini e le donne che girano il mondo impugnando la racchetta, una somiglianza con uomini e donne che si dedicano, coi loro strumenti, alla musica. Sul suo profilo Facebook, Jorge Mir, ha scritto ieri un post interessante, paragonando, i tennisti (senza distinzione di sesso) ai direttori di orchestra.

Jorge Mir, dopo una carriera professionistica senza alcun successo degno di nota, si è fatto strada come direttore in diverse accademie importanti in patria. Prima è stato direttore della scuola tennis di Valencia, e poi direttore tecnico del Club di Elche. Ora si è stabilito nella costa settentrionale della Spagna, nella città di Getxo (o Guecho, sempre pronunciato alla spagnola), che si affaccia sul golfo di Biscaglia. È il direttore tecnico per quanto riguarda il tennis, del Real Club di Jolaseta. Il Club nato nel lontanissimo 1933, si cura attualmente di tennis, padel, hockey su erba e su pattini. In misura minore, inoltre, anche di calcio, nuoto e fitness più in generale. Nel 2011 dal Registro Profesional de Tenis, è stato nominato miglior Club tennistico di Spagna. In foto il post in lingua originale e sotto la traduzione:

Jorge Mir

IL TENNISTA DEVE ESSERE UN BUON DIRETTORE D ‘ ORCHESTRA

Un grande direttore d’orchestra ha molti musicisti e deve riuscire ad imprimere il proprio carattere all’interpretazione, unendo tutti loro affinché tutto funzioni perfettamente.
Il tennista deve essere il proprio regista e deve adeguare il proprio carattere ai 4 pilastri fondamentali per giocare a tennis: la (parte) tecnica, la tattica, la fisica e la mentale.
Durante i molti anni di allenamento è quando si deve impegnarsi al massimo nell’accordatura dei suoi quattro pilastri, in quanto un disaccordo quando inizia a competere metterà in allarme il giocatore avversario e questo causerà molti fallimenti.
Allo stesso tempo deve essere un grande “direttore osservatore” di chi ha dall’altra parte della rete, in quanto deve valutare e analizzare molto bene, se uno o più dei quattro pilastri dell’avversario stonano e in questo caso deve attaccare la sua debolezza il prima possibile per non dargli il tempo di riaccordarsi.
Come regista deve allenarsi e studiare queste due opzioni ogni giorno e per molti anni: una è allenarsi e studiare una buona sinfonia di gioco che travolga il rivale in ogni partita e l’altra è studiare le sinfonie di tutti i tuoi possibili rivali, per saperli distruggere tatticamente e mentalmente quando li affronti.

Saluti. Jorge Mir

Venendo in particolare al post, Mir comincia nel suo accostamento coi doveri del direttore d’orchestra e del tennista. Mentre il primo imprime il suo carattere all’interpretazione, dirigendo gli altri elementi affinché tutto funzioni, il tennista ha a che fare con quattro pilastri principali. Deve quindi costruire il proprio tennis controllando la tecnica, la tattica, il fisico e la mente. Tenere in sintonia questi quattro aspetti eviterà molti dei possibili fallimenti durante la carriera del tennista. Il proprio destino si scrive soprattutto a partire dall’allenamento. Vale il mantra pugilistico del “muori in palestra e sopravvivrai sul ring”. Un professionista può sviluppare la propria carriera in due modi secondo Mir, entrambi basati sull’attenta osservazione del proprio avversario. La prima è trovare la miglior coesione tra le quattro componenti menzionate per imporsi sul proprio avversario. La seconda è quella più legata invece al rivale. Essa consiste nello studiare e nell’attaccare le debolezze nella sinfonia (o come sopra coesione) di chi è dall’altro lato della rete.

Ne emerge, per l’ennesima volta, l’idea di tennis come un tipo di sport che, pur essendo individuale, necessita la massima padronanza, e in ogni parte, del proprio essere. Dato questo concetto basilare, a rendere il gioco unico sono i giocatori. I modi di interpretare il gioco, di assemblare le componenti sono sempre differenti. Poi la scelta del proprio percorso e le difficoltà che ne conseguono, dipendono ovviamente dal singolo, e rendono incredibilmente ampio il ventaglio di scenari che si possono verificare in un singolo match. E ovviamente, il legame con l’avversario e con le sue caratteristiche, non si ferma alla dicotomia posta da Mir nel suo post. Basti pensare ad Andre Agassi, da piccolo educato dal padre nel cercare di superare il proprio avversario, non sulle debolezze, ma sul punto di forza. Questo per poter prendere il controllo della partita, allo stesso tempo, anche dal punto di vista mentale.

Andre Agassi

Sono queste infinite variabili e il calendario fitto a cui siamo abituati di cui sentiremo la mancanza in questo momento difficile per l’Italia e per tutta l’umanità. Ma se è vero che i legami coi nostri cari usciranno rafforzati dalla quarantena, ne uscirà rafforzato anche l’amore degli appassionati per il tennis. È arrivato oggi l’annuncio dell’Atp, probabilmente arriverà presto quello della Wta. Non vedremo tecnica, tattica, fisico e psiche fondersi (quasi sicuramente anche al femminile) per sei settimane. Restiamo in casa, gli stadi torneranno pieni quando tutti saremo al sicuro, giocatori compresi. Cercheremo di tenervi compagnia insieme alle tv e ai tanti libri di tennis. D’altronde che lo si pratichi o meno, la frase di Jennifer Capriati, al momento dell’entrata nella Hall of Fame, rappresenta quasi tutti noi: “Ho passato la vita a giocare a tennis o a sentire la mancanza di giocare a tennis”.

 

 

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