Letture in quarantena: “Il successo è un viaggio – Arthur Ashe, simbolo di liberta”

Una breve recensione del libro del 2013 dedicato all’uomo e al tennista, afro-americano e vincitore a Forest Hills nella prima edizione Open del 1968. Si è battuto per i diritti dei neri e ha condannato apertamente l’apartheid. Una forza della natura di cui soltanto l’AIDS poteva privarci.

di Samuele Diodato

“Il successo è un viaggio. Non una destinazione”. Con queste due frasi non poteva che iniziare il suo libro Alessandro Mastroluca, voce e penna di SupertennisTV. In poco più di 223 pagine molto scorrevoli, ci racconta non la storia di Arthur Ashe, ma il suo mondo. Com’era e come stava cambiando quando lui nasceva a Richmond nel 1943, e come a partire dalle imprese sul campo ha ispirato milioni di persone. Ashe si è inserito in una lotta più grande di lui quando ha cominciato ad usare la sua figura per fare del bene. Ha vissuto la segregazione in prima persona da bambino e non ha avuto timore nello schierarsi contro ogni forma di discriminazione per il colore della pelle. Ha vinto tre Grand Slam, mancando solo il Roland Garros, ma è stato anche il primo giocatore afro-americano a giocare in Sudafrica negli anni dell’apartheid. In Davis ha trionfato da giocatore e poi da capitano e ha fatto sentire la sua voce anche contro la lotta all’AIDS e nella tutela della privacy.

Arthur Ashe Alessandro Mastroluca

Se la lotta di Ashe è in nome degli altri, allora ampiamente giustificate, e ben riuscite, sono tutte le digressioni che ci allontanano dai campi da tennis per tracciare uno spaccato molto chiaro del mondo ai tempi di Arthur Ashe. Sono presenti cenni alla storia dei diritti civili in America e a tutti quei movimenti che hanno utilizzato lo sport per la lotta al razzismo. Si tracciano profili di tutti gli uomini a lui vicini, e di tutti quelli che Ashe ha ispirato e appoggiato. In nome della stessa lotta, anche usando sport differenti dal tennis. Ma si raccontano anche storia senza le quali quella di Ashe non sarebbero state possibili.

La prima è più importante di queste è quella Althea Gibson. La ragazza cresciuta ad Harlem che a suon di successi nella seconda metà degli anni Quaranta ha obbligato i vertici della USLTA ad avvicinarsi a quelli dell’ATA, associazione tennistica per i soli afro-americani. È nel 1950 che i campioni dei campionati ATA cominciano ad essere di diritto ammessi agli US Nationals (attuali US Open). Diventa così la prima tennista afro-americana a partecipare ad un evento organizzato dalla USLTA, ed agosto perderà al secondo turno contro l’allora campionessa di Wimbledon Althea Louise Brough. La vendetta arriverà con gli interessi proprio sette anni dopo a Forest Hills, in finale. In totale, cinque saranno i successi Slam, dal Roland Garros del 1956 alle doppiette Wimbledon-US Nationals nel 1957-58.

Althea Gibson kisses the cup she was rewarded with after having won the French International Tennis Championships in Paris.

Le storie di Gibson e Ashe sono legate dalla figura di Robert Walker Johnson, che nel 1956, avvicina per la prima volta il 13enne di Richmond. Da Brooke Field, il parco più grande della città dove il padre Arthur Sr. lavorava, non si era mai mosso. Con “Whirlwind” (turbine), come era chiamato il suo coach, resterà fino alla vittoria dei Campionati Interscolastici del 1961, diventando nel frattempo il più giovane campione ATA. Nel 1959 a Forest Hills incontrerà per la prima volta la sua nemesi Rod Laver. Insieme al suo tennis, negli anni Sessanta crescono anche le proteste degli afro-americani: l’esordio di Ashe nella sua amata Coppa Davis, arriverà infatti due settimane dopo la storica marcia verso Washington di 250mila persone, che al Lincoln Memorial sfocerà nel celebre discorso di Martin Luther King, “I have a dream”.

Oltre alle fonti dirette quale il libro “A hard road to glory” e l’ultima biografia “Days of Grace” del 1993, la volontà di non fermarsi alla superficie, porta l’autore a confrontarsi e a tradurre in italiano parti di fonti prima sconosciute, a rielaborare concetti che tratteggiano al meglio l’essenza e i pensieri di Arthur Ashe. Ed è così che riemergono le distanze di Ashe dalla scarsa moralità dalla dottrina del “Black Power” di Stokely Carmichael, ben lontana dai toni di King. Incolpa indirettamente questo movimento, la quale mancanza di una vera leadership ha portato a dover identificare King come Messia. Un passo decisivo per la sua uccisione nel 1968. Mentre in quegli anni inizia il dominio in Coppa Davis con i compagni, Ashe è già laureato alla UCLA col massimo dei voti. È diventato analista dati dell’esercito e proprio in quei giorni di fermento tiene il suo primo discorso in pubblico a Washington. La presa di posizione, per via del suo ruolo, non può però essere esplicita. I primi riferimenti li trova nella Urban League, un’organizzazione più moderata e consona al suo stile. Mastroluca, però, non manca nel dare ovviamente enfasi alla vita in campo dello statunitense. Nel 1966 e nel 1967, Roy Emerson aveva tolto in Australia il primo Major dalle mani di Ashe, che nella prima occasione aveva perso l’ultimo punto per un fallo di piede.

Arthur Ashe Us Open 1968

Anche sportivamente parlando, però, l’anno più importante è il 1968. L’International Lawn Tennis Federation si avvia ad aprire i tornei dello Slam ai professionisti ad aprile, e Ashe, in casa, pochi mesi dopo vincerà il primo Us Open della storia. La finale con Tom Okker occupa un posto speciale nel libro. Non mancano però i riferimenti alla storica semifinale contro Clark Graebner su cui John McPhee basa il suo “Levels of the game”. Nell’Era Open, Ashe resterà l’unico dilettante a vincere lo Us Open, prima di diventare professionista alla fine del 1970. Nel 1968, però, Ashe si schiera per la prima volta contro il regime sudafricano. Appoggia dunque l’Olympic Project for Human Rights che chiedeva l’esclusione del Sudafrica ai Giochi Olimpici in Messico. Non viene risparmiata la guerra in Vietnam, che lega l’esistenza di Ashe a quella di Cassius Clay. L’OPHR chiedeva infatti la restituzione del titolo a Muhammad Ali, a cui era stato sottratto per non aver risposto alla chiamata alle armi. Tra le pagine più toccanti, vi è un’analisi del momento più importante dell’Olimpiade messicana. I famosissimi guanti neri di Tommie Smith e John Carlos, con un bianco, Peter Norman, che non si vergogna di partecipare al messaggio lanciato dai colleghi. Dopo il primo e unico Australian Open vinto nel 1970 e il boicottaggio di massa di Wimbledon nel 1973 per protesta alla squalifica di Nikola Pilic, Arthur Ashe riuscirà finalmente a giocare anche in Sudafrica. L’opinione pubblica si spacca, lui perde in finale, ma col passare del tempo ne esce vincitore morale. A Johannesburg infatti incontra i giornalisti, Don Mattera, di origine italiana, gli dedica perfino una poesia, e tanti ragazzini si innamorano di lui.

Tommie Smith John Carlos

Sarà il primo tennista della storia ad avere un manager a tempo pieno nell’amico e capitano di Davis Donald Dell. Quest’ultimo, insieme a Jack Kramer e Cliff Drysdale, il primo presidente, contribuirà alla formazione dell’Atp nel 1972. Ashe diventerà presidente due anni più tardi, uno prima del suo ultimo Major, vinto contro Jimmy Connors a Wimbledon. Dopo il matrimonio con l’amata Jeanne Moutoussamy nel 1977, l’età comincerà a farsi purtroppo sentire. Il calvario inizierà con l’attacco cardiaco nel 1979 che lo porteranno ad aver bisogno di un quadruplo bypass ed una trasfusione di sangue nel 1983. Ashe non lo sa, ma il sangue è infetto, e per gli ultimi anni di vista sarà condannato ad un’altra lotta, contro l’AIDS. Come se non bastasse, a sconvolgerlo nel 1992, arriva anche la telefonata dell’amico Doug Smith. Capisce da qui che la stampa è a conoscenza della sua malattia, ed è costretto a confessare tutto davanti alla stampa. Oltre alle associazioni per la lotta al retrovirus più letale dell’umanità, inizia anche la sensibilizzazione alla tutela della privacy di un personaggio pubblico.

Tolti i racconti e gli articoli dei giornalisti a lui contemporanei, per chi si avvicina al tennis e vuole conoscerne la storia, non solo dei tornei, ma degli uomini che l’hanno fatto grande, “Il successo è un viaggio” è il libro più completo e importante presente in Italia per la figura di Arthur Ashe. Arthur Ashe Junior come adorava identificarsi, legatissimo ai principi trasmessi dal padre, che ha dovuto crescerlo senza la mamma.

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