Addio Murray, occasione mancata: il duro bilancio di Judy sul futuro del tennis in Scozia

Judy Murray rompe il silenzio sull'occasione persa dalla Scozia per costruire un'eredità duratura nel tennis dopo Andy e Jamie.
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Quando una leggenda dello sport si ritira, il suo Paese dovrebbe cogliere l’occasione per costruire un’eredità solida, capace di ispirare le nuove generazioni. Nel caso di Andy Murray, però, la Scozia sembra aver perso un’occasione storica. A dirlo, senza mezzi termini, è sua madre Judy, artefice del percorso che ha portato Andy e suo fratello Jamie ai vertici del tennis mondiale.

Un progetto ambizioso naufragato nel silenzio

Per più di un decennio Judy Murray ha lavorato alla realizzazione del Park of Keir, un centro sportivo di rilevanza nazionale pensato per offrire accesso allo sport a tutte le età e livelli, e formare la prossima generazione di tennisti scozzesi. Il progetto, sostenuto dalla sua fondazione benefica Murray Play Foundation, aveva ottenuto le necessarie approvazioni urbanistiche, ma è stato travolto da ostacoli burocratici, ritardi, mancanza di supporto e un’impennata dei costi di costruzione.

“Non riesco a capire come sia potuto diventare così difficile costruire qualcosa che è intrinsecamente positivo”, ha raccontato con amarezza Judy, che per il progetto ha investito tempo, energie e risorse personali per oltre undici anni. Alla fine, la mancanza di impegno da parte degli enti coinvolti ha portato alla resa: “Avrei dovuto semplicemente costruire un fienile e allenare lì”, ha detto con un sorriso amaro.

La delusione per un’eredità dimenticata

La frustrazione è palpabile, soprattutto di fronte all’apatia dimostrata dalle istituzioni. “Non ho alcuna fiducia in Tennis Scotland”, ha dichiarato Judy Murray, denunciando l’assenza di iniziative concrete anche nei momenti più significativi, come il decimo anniversario della vittoria di Wimbledon di Andy: “Non hanno fatto nulla. Non si trattava di trovare un altro Andy, ma di costruire una comunità sportiva e trasformare i bambini in campioni”.

Secondo la Murray, le strutture non bastano: servono allenatori motivati, con visione e passione. E invece, in molte aree della Scozia, come Perth, Dundee o Inverness, mancano completamente impianti indoor e figure professionali pronte ad accompagnare i talenti nel percorso formativo. “Se anche trovassimo un bambino con grande potenziale a Inverness, chi lo allenerebbe?”, si chiede. L’assenza di infrastrutture rende impossibile vivere di coaching, specie nei lunghi mesi invernali.

Esempi internazionali e segnali di speranza

Judy guarda con invidia a modelli come quello greco, dove Stefanos Tsitsipas e Maria Sakkari sono diventati top ten grazie a un piano di sviluppo sportivo sostenuto da governo e federazione: “La Grecia non è mai stata una patria del tennis, ma hanno saputo sfruttare il momento. Hanno colto l’attimo, noi no”.

Eppure, qualche segnale positivo esiste. Il giovane Jacob Fearnley, oggi numero 49 al mondo, ha mostrato una crescita impressionante: “Ha un dritto potentissimo e migliora ogni settimana”, spiega Judy. Fearnley ha trovato terreno fertile in una combinazione vincente: l’educazione a Merchiston School, con tre campi indoor, e l’esperienza nel circuito universitario americano, dove ha potuto maturare sotto il profilo tecnico e personale.

Anche Charlie Robertson, top 10 junior ITF lo scorso anno, si è trasferito negli Stati Uniti per continuare la sua crescita, confermando che, senza un sistema strutturato in patria, i talenti scozzesi devono cercare altrove opportunità per emergere.

L’impegno continua, ma il futuro è incerto

Nonostante tutto, Judy Murray non ha smesso di battersi per lo sport. Con il programma Learn to Lead sta formando giovani ragazze per gestire club di tennis destinati a bambine dai 4 ai 9 anni, puntando sull’empowerment e la leadership. Un’iniziativa che ha già coinvolto molte scuole primarie e che testimonia ancora una volta la sua tenacia.

“Ho fatto la mia parte, ora tocca alla nuova generazione fare un passo avanti”, conclude con fermezza. E se in futuro dovesse tornare a sognare un nuovo centro? “Forse costruirò davvero un fienile. Ma sarà solo mio”, sorride, consapevole che da sola non può più portare il peso di un’intera nazione.

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