La cicala, e le formiche

La cicala, e le formiche

Il dibattito è aperto, rinfocolato dalle recenti polemiche in cui è incappato Djokovic con lo sciagurato Adria tour: chi è meglio di chi? Già, perché qui i rivali sono tre -gli altri rispondono ai nomi di Federer e Nadal, ca va sans dire-, e non si tratta pertanto di un duello stile western, uno di fronte all’altro… Racchetta in pugno? Non ci interessa, dato che qui non esiste, e non può esistere, competizione! Scoprite il perché, se vi va, valutando con noi altri piani di raffronto: del tutto inconsueti…

di Renato BORRELLI

di Redazione Tennis Circus

La recente allegra bisboccia dell’ Adria cup, una sorta di reunion fra vecchi amici che avevano evidentemente una insopprimibile voglia di buttarsi alle spalle il tristissimo periodo che abbiamo vissuto un po’ tutti (legittimo desiderio per carità, ma un pizzico di senso di responsabilità in più non avrebbe guastato, come poi hanno dimostrato le spiacevoli conseguenze), ha fornito il destro a molti -fra i quali il sottoscritto- per stigmatizzare il comportamento di Novak Djokovic, che dell’evento bene o male è stato il maggior catalizzatore: e non voglio di proposito utilizzare il termine ‘responsabile’, proprio per non rinfocolare una polemica che per quanto mi riguarda ritengo conclusa, e non certo bisognosa di ulteriori contributi.

Molti tuttavia hanno colto l’occasione per riaccendere un dualismo (e correttamente occorrerebbe parlare piuttosto di… trialismo, se l’espressione avesse diritto di cittadinanza nell’ambito della lingua di Dante: non ce l’ha, ed allora lanciamo imprudentemente, ed impudentemente, il neologismo…) con i contraltari storici dell’ atleta serbo, sul tipo di “ah, una cosa del genere poteva capitare solo a lui, Roger e Rafa sono persone di altro genere!”. Questo aspetto fa riflettere direi, spero non solo chi state avendo il (dis)piacere di leggere -scegliete voi l’ipotesi che più vi aggrada-, su che tipi possono essere considerati i membri di questa aurea trimurti: ma proprio come persone intendo, non solo come giocatori di una disciplina che hanno tutti egualmente contribuito a rendere maestosa, mercè le loro gesta encomiabili. E quando dico ‘egualmente’ spengo sul nascere l’eventuale polemica, sul fatto che io possa venir considerato tifoso dell’uno o dell’altro: cari amici, e mi rivolgo a parecchi, camomillatevi e andate a fare gli ultras in altri ambiti che non tale nobile disciplina, il tennis per sua natura ed origini esige -mi pare- rispetto incondizionato per i propri protagonisti, da glorificare per le loro doti tecnico/agonistiche, e non da dileggiare o svilire in confronto con la figura di riferimento di ciascuno !

Chiusa la parentesi paternalistica -ma ogni tanto occorre che qualcuno rimetta al loro posto i fans sguaiati ed irrispettosi, vivaddio…-, mi lancerò pertanto in una analisi, ovviamente del tutto personale, sul carattere dei nostri tre eroi: così come, chiaro, un comune osservatore può valutare dall’esterno, forse pure superficialmente perché no, non avendo avuto la fortuna di frequentarli manco da lontano (da… lontanissimo sì, tipo la Tv, o diverse presenze di persona nella magica atmosfera del Foro Italico, per quel poco che possono contare).

Cominciamo dal più vecchio, che nel caso in esame è probabilmente corretto definire piuttosto il meno giovane, stante la propria indubbia competitività che resiste tuttora -pur considerando le incognite post virus, e post intervento chirurgico-: una figura che affascina quella di Federer, anche sotto questo particolare punto di vista. Le mille biografie che lo riguardano parlano di un bambino, e poi un adolescente, dal carattere instabile, aduso a lamentarsi continuamente sul campo del proprio rendimento non appena colpiva una palla in modo incerto: con un atteggiamento che alla lunga lo portava a perdere di vista il filo logico della partita, col corollario di urlacci e racchette spaccate. Parole sue: “Gli allenatori dei miei avversari dicevano sempre ai loro pupilli ‘tranquillo e concentrato, Roger è bravo, ma tanto prima o poi sbrocca, e si batte da solo…’ “. E papà Robert: “Ad un torneo a qualche decina di chilometri da casa, finita la doccia gli feci trovare i soldi necessari per tornare con l’autobus, da quanto mi aveva fatto arrabbiare col suo atteggiamento…”. Come ha fatto a trasformarsi in un modello di educazione e rispetto verso chi si trova al di là della rete, chiunque esso sia? Sembra un mistero all’apparenza, ma forse anche no…. Il fatto è che in Svizzera, con precisione e metodo propri di quel popolo, si son dedicati con dovizia di mezzi ed energie -una volta valutato che il soggetto meritava- a plasmare un carattere ben più consono allo sport della racchetta per il piccolo fenomeno: non conosciamo i dettagli, ma al suo ‘angolo’ devono essersi avvicendati fior di strizzacervelli, che già al suo atterraggio nel mondo del circuito maggiore avevano reso il futuro primatista di Slam quello che conosciamo oggi. E ben presto ha fatto il suo ingresso trionfale in scena lo psicologo principale, quella Mirka che è diventata l’approdo sicuro del nostro: non a caso più grande quanto ad età, in grado di rappresentare pertanto l’ indispensabile punto di riferimento per un Roger in via di consolidamento della propria personalità.

Ci trasferiamo alle Baleari? Bene, e notiamo immediatamente qualche affinità tra Rafa ed il sommo elvetico: pure lui proveniente da una famiglia più che benestante (i Nadal rappresentano da sempre un nucleo di primissimo piano a Maiorca, oltretutto con un già protagonista ad alto livello nello sport come zio Miguel Angel, difensore del Barcellona), pertanto infanzia tranquilla e senza scosse in un ambiente ovattato. Al momento di scegliere lo sport da praticare, l’altro zio Toni esperto di tennis avanza col papà il proprio parere, che suona più o meno così: “Calciatori ne abbiamo già, proviamo con la racchetta!”. Rapido consulto parentale, proposta approvata. Ed il fratello del padre non prende le cose alla leggera: si dividono i compiti, quello porterà avanti l’azienda di famiglia, questo si dedicherà anima e corpo a far sbocciare il fiore prezioso del nipote. Per capire meglio la ferra applicazione: il baby è destrorso naturale ma se la cava anche con l’altra mano, ed allora al momento di dargli la prima racchettina Toni gliela porge a sinistra (“ho sempre pensato che è  avvantaggiato chi gioca con il mancino”, dirà per i posteri). Nadal riveste quindi ben presto il ruolo di un soldatino ubbidiente, attento a seguire i consigli dello zietto, che per lui diventa di fatto l’unico (a differenza di Federer, che deve averne avuto bisogno di un congruo numero) mental coach, per dirla con un termine attuale, il quale non fatica a plasmare un allievo così mansueto. Tiriamo le prime conclusioni: i due grandi protagonisti della scena tennistica del primo decennio 2000 si assomigliano per certi versi nella ‘forma mentis’, pur se raggiunta attraverso percorsi differenti: disciplinati, totalmente concentrati su un’attività che è diventata fin da subito la loro missione, mai sopra le righe dentro e fuori dal campo. Non a caso si trasformeranno nel tempo, dopo esser stati fieri avversari con profondo rispetto reciproco, pure in ottimi amici (chi si somiglia si piglia, no?…).

Bene, portiamoci dalle parti di Belgrado. Famiglia medio borghese per Novak, tutto a posto, ma ben presto arriva un drammatico evento a sconvolgere il quadro idilliaco: la guerra nei Balcani, cruenta e sanguinosa, col piccolo che cresce con la paura  delle bombe, e di tutto il resto. Eventi che segnano il primogenito di casa Djokovic, che sviluppa un gran talento tennistico -e di questo è inutile trattare in tal sede-, ma parimenti un carattere esuberante, da, come dire, sopravvissuto che vuol dimenticare a tutti i costi gli orrori che ha vissuto : “l’ho scampata, la vita mi sorride, le cose per me vanno obbligatoriamente verso il meglio”… Sì, dev’essere questo il pensiero inconscio, un mantra quasi, che scandisce da lì in avanti l’esistenza di Nole: a chi, già al top, gli chiederà “Ma non hai paura quando affronti un match point?” risponderà con slancio sincero “come può aver paura uno che da bambino ha visto quel che ho visto io?”. Con una mentalità così il ragazzo cresce ottimista, fiducioso nella vita, desideroso di divertirsi e divertire (oltre che con una volontà di ferro, qui gli psicologi non occorrono): spesso fa lo showman, in campo e fuori, è equilibrato ma ci sta che talvolta esageri un po’ -vedi due settimane or sono…-. Però il suo carattere è aperto, vive il tennis forse nella maniera giusta, ‘concedendosi’ pure oltre (chiedere a Fiorello, Cattelan e c.). I suoi grandi rivali, si direbbe, molto meno: seri ma pure seriosi, al di là della meritoria beneficenza si spendono pubblicamente con il contagocce, sembrano vivere solo per il tennis e la famiglia. Al punto da ritenere che, una volta spentisi i grandi riflettori dell’agonismo, potrebbero avere qualche difficoltà di, per così dire, riadattamento: magari non sarà così, e verranno fuori aspetti della loro personalità che ora non emergono… Ma di una cosa siamo certi: e cioè che, quando smetterà i panni del protagonista sul terreno di gioco, Djokovic si ‘reinventerà’ in mille modi, anche importanti (c’è chi dice sin d’ora che sarebbe un valido presidente della repubblica: e son convinto che l’idea lo stuzzica assai…), comunque sempre e costantemente sotto la luce dei riflettori. Che, anche se non ci sarebbero -impossibile-, andrebbe a cercarli lui, a differenza degli altri due.

Tre modi di affrontare la vita, due non troppo distanti fra loro, un terzo agli antipodi: chi preferite? Ecco, qui è lecito discutere (accademicamente s’intende, senza morti e feriti): non sul loro tennis e la loro grandezza sportiva, immense al medesimo livello… E voglio sbilanciarmi, concludendo: per tirare due palle chiamerei Roger, se devo fare a botte con qualcuno mi porto Rafa, ma per andare a cena sempre Nole! Mò interpretatela come ve pare, ma questo è, for me.     

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