Patrick Mouratoglou critica Goran Ivanisevic: “Allenare non è giudicare, mai”

Patrick Mouratoglou attacca Goran Ivanisevic per le sue dure critiche pubbliche a Stefanos Tsitsipas, definendo il suo approccio l'opposto del coaching.
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Il mondo del tennis è stato recentemente scosso da un acceso dibattito sul ruolo dell’allenatore, innescato dalle dichiarazioni di Goran Ivanisevic su Stefanos Tsitsipas, suo nuovo assistito. Dopo l’eliminazione al primo turno di Wimbledon del tennista greco, costretto al ritiro per un infortunio alla schiena, Ivanisevic ha rilasciato un’intervista in cui ha messo duramente in discussione l’atteggiamento e le abitudini del suo giocatore. Parole che non sono passate inosservate, soprattutto a Patrick Mouratoglou, uno dei coach più influenti del circuito.

“Questo non è coaching”

“La verità è che il coaching non ha nulla a che vedere con ciò che ha fatto e detto Ivanisevic”, ha scritto Mouratoglou in un lungo intervento condiviso sui social e rilanciato da diversi media. Il coach francese, che in passato ha allenato Serena Williams e oggi guida Naomi Osaka, ha preso posizione netta: “Non c’è bisogno di alimentare i troll con certi commenti. Ha detto che Stefanos non ha fatto nulla di buono, che ha dovuto cambiare tutte le sue abitudini… ma se Goran ha accettato il lavoro, è perché sapeva a cosa andava incontro”.

Mouratoglou ha sottolineato come sia fondamentale distinguere il coaching dal giudizio. “Allenare non significa giudicare. Mai. È l’opposto: significa comprendere i comportamenti e aiutare la persona stando al suo fianco, sulla stessa barca”. Secondo il tecnico francese, rendere pubbliche queste critiche è un errore ancora più grave: “Giudicare non è un metodo efficace, farlo pubblicamente è peggio. Mi dà la sensazione che Goran si vergogni dei risultati e voglia prendere le distanze da Tsitsipas”.

Fiducia, non umiliazione

Le parole di Mouratoglou non si limitano a una semplice difesa di Tsitsipas, ma toccano il cuore del concetto di coaching. Allenare un atleta in crisi, sostiene, significa soprattutto costruire un rapporto di fiducia. “Quando ho iniziato a lavorare con Serena Williams o Naomi Osaka, anche loro stavano attraversando un periodo difficile. Ma non si risolvono i problemi puntando il dito, bensì restando al fianco del giocatore”.

Per Mouratoglou, criticare un atleta pubblicamente all’inizio di una collaborazione è controproducente. “Mi stupirei se riuscissero a lavorare bene insieme dopo un inizio così. La fiducia si costruisce, non si impone, e questo non è il modo per farlo”.

Stefanos Tsitsipas nel mirino

Tsitsipas, da tempo in difficoltà sul piano dei risultati, si è trovato al centro di un ciclone mediatico non solo per le sue prestazioni, ma ora anche per i giudizi del proprio allenatore. Mouratoglou, che conosce bene il greco per averlo ospitato nella sua accademia in Francia, lo difende a spada tratta: “Stefanos è un professionista da molti anni. Forse non fa tutto bene, ma sicuramente non fa tutto male. Sta solo attraversando un momento complicato, che può portare a comportamenti sbagliati. Il compito di un coach è riportarlo sulla strada giusta, insieme al giocatore. Non esistono scorciatoie”.

Una lezione di coaching

Il messaggio di Mouratoglou è chiaro e diretto: allenare significa essere una guida, non un giudice. Un allenatore, soprattutto in fasi delicate, deve sostenere il proprio atleta con empatia e riservatezza, costruendo un rapporto basato sul rispetto reciproco. Le critiche pubbliche, per quanto sincere possano essere, rischiano solo di minare il fragile equilibrio di una partnership tecnica.

In un’epoca in cui le dinamiche tra coach e atleta sono sempre più esposte, le parole di Mouratoglou suonano come un monito per l’intero mondo del tennis: “Non puoi gettare il tuo giocatore in pasto ai leoni. Questo non è allenare, è l’opposto”.

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