Quando il tennis non sembra quel che è: la testimonianza di Noah Rubin

Quando il tennis non sembra quel che è: la testimonianza di Noah Rubin

Noah Rubin racconta il “behind the scenes” del tennis professionistico, non sempre tutto rose e fiori, specie oltre la 100esima posizione

di Redazione Tennis Circus

Quante volte noi appassionati di tennis siamo stati davanti alla tv, vedendo giocare il nostro tennista preferito e pensando: “se potessi nascere nuovamente vorrei essere un tennista”? La maggior parte degli “aspiranti” tennisti però non si rende conto della realtà che si nasconde dietro questo sport: essendo abituati a vedere giocare i giocatori più forti del mondo, osserviamo un mondo in cui la fama, il denaro, gli sponsor e l’eleganza rappresentano il comune “leit motif”. Tuttavia per coloro che militano nelle posizioni più basse (dalla top 100 in su) la routine è completamente differente rispetto all’elite. Molto spesso infatti dietro questa realtà si celano sforzi mentali e fisici, oltre che in alcuni casi abusi di sostanze stupefacenti, alcol e depressione.

Un esempio di questo mondo difficile è fornito dal giocatore americano Noah Rubin, classificato tra i primi 200 del mondo. Sentiva di non essere  il solo a lottare con lo stile di vita di un tennista professionista, e così all’inizio di quest’anno ha creato l’account Instagram “Behind The Racquet.” Ogni post vede qualcuno del tennis aprirsi sulle loro lotte: la loro identità è nota ma la loro faccia nascosta.

I giocatori, tra cui a maggio la giovane britannica Katie Swan, discutono di diversi problemi che li affliggono: dall’autostima alle preoccupazioni sugli infortuni, nonché agli oneri finanziari.  La fresca vincitrice del torneo di Cincinnati, nonché finalista degli US Open 2017, Madison Keys ha rivelato di aver lottato con un disturbo alimentare da adolescente.

“È uno sport davvero duro”, racconta Rubin a The Telegraph. “Sto cercando di aprire le menti e gli occhi delle persone a ciò che sta realmente accadendo nel tennis”.

Rubin, newyorkese di 23 anni, ha vinto il torneo juniores di Wimbledon all’età di 18 anni. Fu inquadrato come una stella del futuro, ma non ha ancora raggiunto la top 100 e ha trascorso la maggior parte della sua carriera nel circuito challenger. Proprio ieri è stato estromesso dallo spagnolo Guillermo Garcia Lopez al secondo turno di qualificazione del torno di casa, lo Us Open. Avendo dovuto giocare tornei Challenger negli angoli più sperduti del mondo, dal Panama alla New Caledonia e affrontato Roger Federer al secondo turno del famoso Australian Open 2017 per lo svizzero, lo statunitense rappresenta la persona più adatta ad offrire una visione a 360 gradi dello stato del tennis nel 2019.

Rubin sottolinea che gli piace il lavoro e ama lo sport, ma  lo stesso riconosce che, per attrarre maggiormente gli atleti e gli spettatori, il tennis deve apportare importanti cambiamenti. In linea di massima, queste sono le due principali preoccupazioni di Rubin: innanzitutto, il fatto che l’attuale sistema stia mortificando i giocatori, costringendoli a giocare 11 mesi all’anno, puntando di conseguenza più sulla quantità che sulla qualità e di conseguenza il livello di gioco espresso dai tennisti medesimi, a causa dei troppi sforzi fisici, stia calando di qualità, attirando pochi spettatori.

Alla domanda su cosa debba fare prima di tutto il tennis, la risposta di Rubin è immediata: “Stagioni più brevi”, afferma. “Undici mesi è brutale. In ogni altro sport hanno una pausa adeguata. E se non sei tra i primi 50 e quindi stai cercando di ottenere il maggior numero di punti possibile, sei costretto a giocare a troppi tornei e questo è un vero problema perché ti stai solo facendo del male.”

Durante tutto l’anno infatti, Rubin ha dovuto fare i conti con problemi fisici, tuttavia lo stesso sottolinea come in realtà anche la componente psicologica abbia i suoi effetti: “la stagione dura 11 mesi e sei per lo più solo”, dice. “La gente vede Federer sollevare il trofeo, ma non vede chi è costretto a giocare tornei Itf o Challenger in Germania o in Messico.”

Molto spesso accade che queste sensazioni di solitudine e stanchezza portino persino i giocatori a truccare le partite, dando vita ad uno scenario che rappresenta una piaga nel tennis e che viene comunemente definito come “tsunami di corruzione” da un rapporto effettuato nel 2018.

Rubin emette un sospiro e continua: “Tutto sommato, la solitudine, il fallimento – ti senti costantemente un fallito. Ci sono alcuni problemi reali durante il tour, molte persone si prendono una pausa. La depressione è prevalente, c’è un sacco di abuso di alcol e sostanze perché è così che le persone affrontano il tennis”.
A proposito della depressione, un’indagine del Telegraph dell’anno scorso ha rivelato quanto siano diffuse le battaglie per la salute mentale nello sport. La campionessa dell’ Open di Francia di quest’anno Ashleigh Barty si era presa una lunga pausa nel 2014 a causa della stanchezza emotiva e della mancanza di casa.

L’abuso di alcol e sostanze è stato meno segnalato nel tennis, ma Rubin insiste sul fatto che si tratta di un vero problema. “Non è ancora di dominio pubblico”, afferma. “Non so se le persone si rendono conto che l’abuso di alcol nel tennis è qualcosa di veramente diffuso. Conosco molti giocatori che devono prepararsi per la prossima settimana e trascorrono ore a bere. Personalmente non bevo, non l’ho mai fatto.”

Di Donato Marrese

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