Tanti auguri, King Roger

Il campione che ha deciso di sfidare il tempo entra oggi nel quarantesimo anno di vita: lo aspettiamo in campo a gennaio, a un anno dalla sua ultima apparizione sul circuito.

di Nicola Balossi

I bambini che compiono gli anni ad agosto non sono come gli altri. Niente feste con i compagni di scuola, meno regali, compleanni sospesi e precari tra una vacanza e l’altra. Sentirsi diversi a volte fa un po’ male, ma c’è già una nota di poesia in quelle candeline messe ovunque, infilate in una mezza anguria o in una vaschetta di gelato artigianale. Poi, con il passare del tempo, i nati ad agosto cominciano ad apprezzare meglio i vantaggi della loro condizione.

Quel compleanno nascosto e silente, oltre a garantire situazioni sorprendenti e sempre diverse in cui festeggiare, con quell’improvvisazione che rende tutto più gustoso, preserva gli agostani dalla mannaia dell’invecchiamento, perché si sa che in questo periodo è tutto chiuso e rallentato, e non fa eccezione l’agenzia che distribuisce a domicilio rughe e acciacchi.

E così il nostro Roger taglia con estiva discrezione il traguardo delle trentanove primavere. Nel 2020 l’abbiamo visto all’opera soltanto agli Australian Open, poi nel match sudafricano con Nadal, il resto delle notizie sono nate fuori dal campo. L’annuncio dell’operazione al ginocchio, salutando il rosso con Wimbledon nel mirino, è un ricordo sbiadito, superato dal ciclone Covid19 e dalla seconda gita sotto i ferri che ha chiuso in via definitiva questa stagione agonistica rogeriana. Sul versante più faceto, invece, ci rimane negli occhi quel video di Federer con il Panama che palleggia contro il muro con una grazia che nemmeno i più elevati interpreti hanno saputo eguagliare. Poi la sorpresa a Carola e Vittoria, le giovani tenniste sui tetti di Finale ligure. Piccole trovate, direte voi, briciole di fronte alle battaglie sui prati sacri del tennis, ma io sinceramente avevo le lacrime.Per questi mesi di circuito è andata bene così, ma adesso che il tennis sta piano piano ricominciando a giocare, bisogna affrontare davvero la sua provvisoria mancanza, il che non è mai facile. Il parallelo con la lunga sosta terapeutica del 2016 – dalla semifinale persa a Wimbledon fino all’Australia del gennaio 2017 – è confortante, e il sogno proibito è che le cose possano riprendere in maniera simile, ma forse dovremmo accontentarci dell’idea di vederlo ancora, senza badare al risultato.

 Sì, perché lui l’ha detto chiaramente: ha preso in considerazione l’idea di smettere ma poi l’ha scartata, perché ha ancora troppa voglia di giocare. Il ginocchio va meglio e adesso lo attende un blocco di preparazione fisica, senza pressione, per presentarsi ai nastri di partenza australiani. Credo che nemmeno lui sappia se il prossimo anno sarà l’ultimo, e soprattutto che tipo di stagione lo attende: sarà un lungo farewell tour o ci sarà l’opportunità di cogliere qualche bersaglio grosso? Io credo che, se Roger si rivelasse ancora competitivo, potrebbe decidere di giocare anche l’anno seguente, ma è sano e giusto ragionare di stagione in stagione, perché le variabili in gioco sono troppe, partendo da quelle fisiche per arrivare a quelle mentali, passando per quelle planetarie.Da innamorato del tennis e di Roger, tendo a trasformarlo in una questione spirituale, perché la sua poesia in movimento mi inganna e mi irretisce nell’illusione di una bellezza perfetta ed edificante. La mia mente vola via come un palloncino e perde il contatto con la realtà. Perciò mi sono stupito quando mi è capitato sotto mano questo mezzo articolo che ho buttato giù durante e dopo la sofferta partita con Tennys Sandgren di questo gennaio, otto lunghissimi mesi fa. A conti fatti e aggiornati, è l’ultima vittoria di Roger nel circuito. Una partita sporca, sudata, brutta e cattiva, che gli orari australiani mi hanno concesso in diretta risicata nelle fasi più calde, quasi patibolari, ma ricordo anche un secondo set in live score dal supermercato. No, qui di mistica c’è stata soltanto la sofferenza, ma è una dimostrazione ulteriore della quantità di corde che Roger è in grado di sfiorare. Delicato, bello ed elegante anche nelle peggiori circostanze. L’articolo non l’ho poi pubblicato, superato dall’attualità prima di vedere la luce, ma adesso questo tuffo nel passato mi restituisce come un pugno quel che succede quando in campo c’è lui. Eccolo qua:

 

Avanti con il cuore, pensando a Kobe

In un momento di lutto per lo sport mondiale, vanno in scena i quarti di finale e Roger compie un miracolo in piena regola, annulla sette match point e vince su una gamba sola.

 Sono giorni strani, tra dolore e stupore – perché ancora fatichiamo a crederci – per tutti gli appassionati di sport. È difficile parlarne, perché il rapporto con la morte è qualcosa di intimo, eppure è impossibile non parlarne, perché è un pensiero dominante, inevitabile, devastante. Comunque la si veda, è necessario accettare questa trasformazione e fare in modo che chi non c’è più continui a vivere sotto forma di ispirazione, rendendoci migliori. Anche il mondo del tennis si è prodigato con gesti e parole per onorare la memoria di Kobe Bryant; adesso pensare alle cose di campo fa un po’ impressione, ma è anche forse la maniera migliore per ricordare il modo in cui lui viveva lo sport: totale, intenso e senza compromessi. Con questo spirito sono andati in scena gli ultimi ottavi di finale: l’immagine di Kyrgios con la maglia numero 8 dei Lakers e le sue lacrime prima del match con Nadal valgono più di mille parole. E così, fra le ore che passano e il pensiero che rimane fisso, arriva il quarto di finale che oppone Roger Federer a Tennys Sandgren un avversario in missione, a cui la classifica non rende giustizia. I due non si sono mai affrontati, il che rende la sfida particolarmente enigmatica.

Roger ci arriva dopo un percorso non lineare, che ha visto momenti eccelsi e fasi di pura sofferenza, come i sedicesimi con Millman, di cui si è già detto di tutto e di più, ma la morale è che solo con un cuore immenso unito a una volontà di ferro si poteva ripescare quella partita dal fondo del bidone dell’umido e portarla a casa. Bene, adesso possiamo dire che il lungo braccio di ferro con Millman è stata una passeggiata di saluto in confronto a quanto visto oggi.

Dopo un primo set tranquillo (6-3 con un break e diverse occasioni), Roger comincia a pagare dazio sul servizio dell’avversario, cede il secondo e anche il terzo (2-6, 2-6), complice un infortunio all’inguine che ne limita fortemente la corsa e la fluidità di movimento. Nel quarto set si aspetta solo di cadere, imprecando contro l’età e la sfortuna, un po’ come era accaduto agli ultimi Us Open al cospetto di Dimitrov, quando il quinto set si è giocato solo per formalità, con Roger piantato ma deciso a non ritirarsi (mai accaduto in carriera). Federer tiene il servizio con le unghie e con i denti, ma gioca da fermo, in risposta non la vede mai e vacilla vistosamente. Nel decimo game, sul 5-4 Sandgren, la frittata sembra fatta quando Roger si fa rimontare da 40/15 e ai vantaggi concede per ben tre volte la palla break che chiuderebbe il match. Sono momenti difficili persino da guardare in televisione, invece lui è lì attaccato a remare con umiltà, il braccio di Sandgren trema e tre gratuiti vanificano i matchpoint: 5-5.

Nel game successivo spunta persino una miracolosa palla break a favore (fin lì solo cinque punti in risposta in cinque giochi), ma come sappiamo non è la specialità della casa, così l’americano si guadagna il tie break, presto seguito da Roger. Federer continua a sbagliare colpi facili, come il primo punto dove l’occasione era ghiotta per un minibreak. Il passo falso è nell’aria e arriva puntuale dopo il cambio campo, Tennys non se lo fa ripetere due volte e azzanna la giugulare della partita, balzando sul 6-3.

Altri tre match point.

Tutti insieme, l’ultimo con il servizio.

È la fine.

Invece Roger la ricostruisce piano piano, mentre Sandgren se la lascia sfuggire. Un gratuito, un servizio vincente e – in risposta – uno scambio da infarto nei pressi della rete regalano il 6-6. C’è il tempo per un altro match point, ma l’inerzia è silenziosamente cambiata, Roger annulla, poi spreca un set point, infine strappa il parziale con un 10-8 che si commenta da solo.

L’idea è che, dopo lo scatto d’orgoglio, il quinto set sarà un massacro annunciato per questo Federer zoppo e discontinuo. E invece Roger è più sciolto, ma soprattutto la baldanza dell’americano sembra essersi sgretolata e adesso è lui a dare una mano infilando alcuni gratuiti che si trasformano in ossigeno dal lato svizzero. La quattordicesima palla break del match (la terza del set) è quella che aspettavamo con ansia (ma forse bisognerebbe coniare un nuovo termine per definire ciò che si vive in queste partite Rogeriane che ci sfilano anni di vita dalle mani): 4-2 e servizio Roger. Adesso Federer vede lo striscione del traguardo e ha fretta di farsi quattro chiacchiere con Jim Courier. Ancora un brivido nell’ultimo game quando va sotto 15/30, ma rintuzza il tentativo e poi chiude con un servizio vincente.

Lacrime. È la quarantaseiesima semifinale slam, la quindicesima qui a Melbourne.

Alla fine, stravolto, Roger guarda più volte in alto e ringrazia la propria fortuna, perché annullare sette matchpoint è qualcosa che va oltre il tuo controllo. Sì, sarà vero, ma intanto l’ha fatto e ha scritto una pagina indimenticabile. Anche Kobe da lassù avrà apprezzato perché questo è quello che faceva lui, quello che fanno i campioni: rendono possibile l’impossibile. La semifinale, dunque, sarà quella prevista: Roger ci arriva per vie tortuose, rischiando lo scalpo contro avversari facili nel nome e difficili nella pratica, mentre Djokovic ci arriva in pieno controllo, rischiando pochissimo e consumando poca benzina. Entrambe le condizioni hanno qualche svantaggio, perché se viaggi troppo in carrozza sei meno abituato alle scazzottate di strada, mentre se lotti fin da subito sei più caldo, ma anche stanco e acciaccato. Non ci resta che attendere, sperando che Roger recuperi al meglio e che la quota miracoli non sia finita.

Bene. Sappiamo tutti che poi quella semifinale Roger l’ha giocata per onore e con onore, illuminando il campo nonostante la sconfitta. Ora, mentre con un occhio assistiamo a questa specie di Indovina chi? che falcidia l’entry list degli Us Open, per non parlare dei tornei che saltano all’ordine del giorno – perché sappiamo che il tennis può e deve esistere a prescindere da Roger, prima, durante e dopo i confini della sua carriera – con l’altro occhio ci pregustiamo l’ultimo scorcio che arriverà, sperando che sia lungo e che sia la quarta giovinezza (o la quinta, chi lo sa, ho perso il conto), ma certi in ogni caso che sarà un finale degno del film che abbiamo visto (e che, sì, piangeremo). Tanti auguri Roger, e grazie per tutti i regali che ci hai fatto.

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