I magnifici otto: Stan Wawrinka

I magnifici otto: Stan Wawrinka

di Michele Alinovi, @MicheleAlinovi1

E’ difficile riassumere in poche parole l’essenza di un uomo, in questo caso di un giocatore di tennis. Stan Wawrinka, con la sua tipica solerzia con cui ha curato ogni aspetto della sua carriera, ci ha risparmiato la fatica tatuandosele sul braccio. “Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better”, è l’ormai notissima frase dello scrittore e drammaturgo irlandese Samuel Beckett, tratta dalla novella “Worstward Ho” (1983). Tanto che non esiste articolo, ritratto o considerazione su Stan Wawrinka che non inizi con questa citazione. Noi non volevamo di certo interrompere la tradizione.

“E’ la mia visione della vita e del tennis. Nel tennis, se non sei Roger o Rafa o Andy o Nole non vinci tanti tornei, perdi sempre. Ma hai bisogno di prendere gli aspetti positivi delle sconfitte, e tornare al lavoro e continuare a giocare. Perché se una sconfitta ti ammazza, è difficile giocare a tennis. E’ semplice”.

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Stan Wawrinka, ‘Stan the Man’, l’altro svizzero, ha trascorso anni di carriera nell’ombra di Roger Federer. Giocatore di immenso talento e un rovescio fatato, ha avuto la sola sfortuna di essere cresciuto, in quel piccolo ritaglio di mondo chiamato Svizzera, tra la cioccolata e gli orologi a cucù, nello stesso periodo di uno dei più grandi tennisti della storia. Che inevitabilmente finisce per oscurare ogni tuo risultato, ogni tuo successo.

Ma all’ombra del semidio, l’uomo Wawrinka ha faticato una vita per sconfiggere un destino quasi già scritto. Al di là di quello sguardo da paffuto e placido ragazzone c’è sempre stata una volontà di ferro, una voglia indescrivibile di emergere, passo dopo passo, accettando il fallimento come presupposto esistenziale per la vittoria. Un carattere chiuso e spigoloso, che ha scatenato diverse antipatie per alcuni atteggiamenti un po’ bruschi nel campo da tennis. E non solo.

A settembre 2010, ad esempio, aveva suscitato scalpore la sua decisione di abbandonare la moglie Ilham e la figlia di 10 mesi, la piccola Alexia, per dedicarsi anima e corpo solo al tennis. “Lascio la mia famiglia per salvare la carriera” aveva dichiarato, senza tanti giri di parole. Per Stan allora era un periodo molto difficile: si era appena separato con lo storico coach Dimitri Zavialoff, che lo aveva preso da bambino quando Stanislas prendeva lezioni nella piccola città di St. Barthelemy, a 10 minuti da Losanna. Così, dopo essere tornato a casa da una trasferta in Kazakistan, aveva detto alla moglie che la famiglia era una distrazione troppo grande. Aveva raccolto le sue cose e si era trasferito in albergo.

“Stan se n?’è andato da noi il 20 settembre, al ritorno dalla coppa Davis. Da quando ha cambiato allenatore non lo riconosco più. Mi ha detto che ora il tennis è ridiventato la sua priorità, che gli restano solo cinque anni ad alto livello e che vuole concentrarsi totalmente sulla sua carriera”, ha confessato Ilham in un’intervista. Insomma: nessuno spazio per i sentimenti. Nella corsa verso la propria perfezione, anche gli affetti dovevano essere messa da parte. Agli antipodi di Federer, insomma, icona di uomo morale e grande tennista, che alle vittorie Slam sapeva alternare gli intimi momenti nel tenero quadretto della famiglia felice.

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A Stan non è mai importato di ciò che diceva la gente riguardo le sue scelte. Le sue dichiarazioni dirette e senza fronzoli e il suo carattere aspro e distaccato in campo – anche qui, tutto il contrario del conciliante semidio di Basilea – riflettevano una determinazione indefessa, guidata da un fortissimo codice morale interno ben riparato dalle intemperie, quelle delle opinioni degli altri. Ma Stan non è mai stato nemmeno cattivo: nel 2013, infatti, si è riunito con moglie e figlia. Rendendosi forse conto che cinque anni di carriera e qualche risultato in più non sono nulla in confronto alla vita.

Ma se il karma esiste, il suo ritorno agli affetti è stato premiato con l’inizio di uno splendido periodo di successi e match spettacolari. Il 2013 ha visto la conquista di due ottimi risultati Slam, quarti agli Australian Open e a New York, due atti conclusi con le battaglie epiche, perse entrambe contro il n. 1 del mondo Novak Djokovic. E’ l’anno della finale a Madrid e della semifinale raggiunta all’esordio nelle Atp Finals di Londra, dove perde, ancora una volta, dall’inarrestabile serbo, chiudendo l’anno da n. 8 del mondo. Nonostante un solo titolo conquistato, a Estoril, il 2013 è da considerarsi l’anno della svolta, della definitiva ascesa tra i top-player, dopo anni di fatiche. E questo grazie, soprattutto, a Magnus Norman.

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Dopo il sodalizio infruttuoso con Peter Lundgren, ad aprile 2013 Stan si affida all’ex tennista svedese, classe ’76, ex n. 2 del mondo e finalista al Roland Garros 2000, battuto da Guga Kuerten. L’ex allenatore di Robin Soderling riesce in poco tempo ad aiutarlo a fare il vero salto di qualità tra i grandi che, all’età di 28 anni, sembrava ormai improbabile. Questo grazie a un intenso training fisico, sviluppato insieme al preparatore atletico Pierre Paganini, ma soprattutto mentale, il vero tallone d’Achille dell’instabile Wawrinka. “Prima non ero sicuro se avrebbe vinto mai uno Slam, ma credevo nel suo grande potenziale. Notai anche il suo stile, forse troppo bello sul campo, ma mancava l’istinto killer. II suo gioco ora è totalmente diverso”, ha ricordato Norman.

“I successi di Stan sono merito di tutto il lavoro che ha fatto per tanti, tanti anni con umiltà e impegno disarmante: adesso tutti i pezzi si stanno mettendo al loro posto”, ha spiegato Norman. E questi pezzi si sono ricomposti alla perfezione agli Australian Open 2014, dove ha conquistato il suo primo Slam in un modo plateale e sorprendente, così in contrasto con la sua carriera e attitudine passata in sordina. Ai quarti batte in 5 set Novak Djokovic con un 9-7 finale, vendicandosi dell’amara sconfitta rimediata un anno prima; poi Tomas Berdych, al termine di una partita altrettanto combattuta, e infine il primatista mondiale Rafael Nadal, debilitato da un serio problema alla schiena che gli impedisce a tratti di muoversi.

Wawrinka ha compiuto l’impresa. Non accadeva da 21 anni, dai tempi di Sergi Bruguera, che un tennista vincesse uno Slam battendo il n. 1 e n. 2 del mondo. Non era mai successo che Stan vincesse non solo un match, ma anche un parziale, contro il maiorchino, da cui aveva perso 12 volte su 12 ed era sotto 26 set a zero. Ma anche nel suo giorno da eroe, Wawrinka è rimasto integro nel suo atteggiamento di sempre. Basti vedere come ha reagito dopo l’ultimo punto, sul 5-3 e 40-0 del terzo set, quando ha semplicemente alzato le mani al cielo, si è avvicinato all’amico sconfitto e poi è tornato al suo posto per asciugarsi. Nessuna lacrima, nessuna esultanza smodata. Come a dire: io non sarò mai un personaggio, mi dispiace per voi.

A quasi 29 anni raggiunge il suo best-ranking, al n. 3 del mondo, primo svizzero davanti Federer e uno status da comprimario a top-player dato tra i favoriti in ogni torneo. Dopo una discreta stagione sul cemento, la vittoria ritorna sulla terra di Montecarlo. Dopo aver sconfitto Milos Raonic, i terraioli David Ferrer e Nico Almagro, in finale doma proprio lui – l’amico Roger Federer, battendolo in rimonta di un set e negandogli ancora una volta uno dei pochi titoli che mancano dalla sua bacheca.

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Dopo questi due sensazionali risultati, per Wawrinka inizia un periodo cupo. Prosegue malissimo la stagione sulla terra con l’uscita al primo turno a Madrid, battuto dal giovane Dominic Thiem, al secondo turno agli Internazionali, superato da Tommy Haas, e poi al Roland Garros, sconfitto all’esordio da Guilliermo Garcia-Lopez.

Va un po’ meglio la stagione sull’erba, dove raggranella una semifinale al Queen’s e i quarti a Wimbledon, dove Roger Federer si vendica superandolo in quattro set. Deludenti i tornei sul cemento americano e asiatico, se si escludono i quarti di finale a New York. Qui disputa la partita più bella del torneo, un’indimenticabile maratona persa al quinto contro il futuro finalista Kei Nishikori. E poi si spegne di nuovo l’interruttore: a parte la vittoria in Davis contro Fabio Fognini, Stan esce al primo turno a Shanghai e Basilea, mentre Kevin Anderson lo supera al secondo round di Parigi-Bercy.

L’annata che si era aperta con la gloria è così diventata un cammino di fatica, brucianti insuccessi e fallimenti. A cui Wawrinka, comunque, è stato a lungo abituato: “No matter”, è la risposta a tutti i questi problemi che Stan ha tatuato sul braccio, per ricordarsela ogni volta che abbasserà la testa per la delusione o lo sfinimento. E ora Stan è pronto per le Atp Finals a Londra, la battaglia tra i migliori 8 dell’anno, dove lo svizzero è chiamato a dare tutto per dimostrare di non essere solo una meteora, ma di meritare lo spazio tra i grandi, che si è guadagnato a suon di botte e spintoni. E lì incontrerà Novak Djokovic, l’uomo contro il quale i successi, ma ancor più le sconfitte, sono stati gli epici capitoli di una svolta insperata.

La settimana appena successiva, invece, è impegnato a Lille per una storica finale di Coppa Davis, contro la Francia, per agguantare un titolo mai conquistato dal suo Paese. Al suo fianco, l’amico e compagno Roger Federer. L’uomo Stan, dopo anni all’ombra del semidio, potrà lottare finalmente al suo fianco, con le stesse armi e la stessa enorme stima da parte dei connazionali. Comunque vada il futuro, l’eterno secondo è già diventato un vincente.

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