Il tennis è uno sport crudele

Il tennis è uno sport crudele

Nello sport conta tanto la preparazione atletica, il fisico e il talento, ma le emozioni e la condizione mentale hanno un ruolo fondamentale. Per questo, spesso, si rischia di perdere il controllo.

di Christian Cavagna

Lo sport, si sa, riesce a raggiungere un altissimo grado di coinvolgimento, sia in campo che sugli spalti. L’adrenalina, la cattiveria agonistica e la tensione degli atleti è palpabile e si riversa anche tra i sostenitori, che vivono intensamente le emozioni del campo anche dall’esterno, con un attaccamento incondizionato. Questo perché lo sport vive di passione, di rivalità, di brama di successo; lo sport vive di confronti che creano distanze incolmabili, ed è qui che nasce lo spirito di competizione, quella forza capace di infiammare gli animi e rinvigorire i corpi. Lo sport non è mai solo sport, è una battaglia; non è solo tecnica o tattica, è anche emozione; non è solo strategia, è impulso, ardore, istinto; non è solo partecipare, è vincere.

I campi da tennis sono un palcoscenico ideale di quanto detto fino ad ora. Il tennis è uno sport crudele: un giocatore deve sempre prevalere sull’altro. Uno scontro tra due tennisti, certo, ma anche tra due uomini o donne, che mette a dura prova sotto molti aspetti. Uno scontro di tecnica, talento, intelligenza tattica, astuzia, ma anche di concentrazione, motivazione, stato d’animo, emozione… uno scontro psicofisico decisamente impegnativo. Certo, i toni epici usati fin qui sono volutamente esagerati e magniloquenti, perché il tennis non è sempre teatro di scontri all’ultimo sangue tra accaniti combattenti, la maggior parte delle partite si gioca in campi semi vuoti tra giocatori semi sconosciuti, ma questo sport è epico di nascita, figlio dell’insaziabile competitività dell’uomo, che gode nello scontro e nell’agone fin dall’Antica Grecia, culminando poi nelle trionfali battaglie del Colosseo tanto amate dai Romani. E come due gladiatori nell’arena, i tennisti si sfidano in campo, osannati da una folla urlante, che vive quel duello con estrema tensione.

Tornando a parlare con toni più sobri, la forte competitività che si respira nel tennis porta sicuramente delle importanti conseguenze, alcune positive, altre molto meno. Se da un lato troviamo grande impegno e determinazione, dall’altro ecco nervosismo e incandescenza. Tutti i giocatori vogliono dare il massimo e si aspettano sempre il meglio da loro stessi, non sempre però questo è possibile e allora spesso perdono il controllo e cadono vittima di gravi errori comportamentali. Questo accade con maggior frequenza quando il livello della competizione si alza e la tensione aumenta. Crescono le aspettative e cresce la difficoltà, così lasciarsi sopraffare dal nervosismo diventa una possibilità molto concreta

L’ATP Cup, ancora in corso, sembrava essere una competizione di poco conto, una passerella di preparazione in vista degli Australian Open, ma già dai primi turni si è accesa la rivalità e nessuno è sembrato disposto a mollare un centimetro. Per questo non sono mancati episodi poco eleganti, nei quali i giocatori hanno riversato tutta la loro rabbia. Avrete visto tutti le sfuriate di Zverev e Tsitsipas contro i loro padri-coach; entrambi i tennisti, insoddisfatti del loro gioco e molto nervosi, hanno agito di impulso con reazioni esagerate. Oppure anche Đoković che questa mattina è stato punito con un warning per oscenità udibili; o anche ieri, quando un giocatore freddo e imperturbabile come Medvedev ha preso a racchettate la sedia dell’arbitro. Un gesto grave e sconsiderato, che gli è costato solo un penalty point, ma forse umanamente comprensibile. Sono spesso gesti condannabili e sempre giustamente punibili, ma qualche volta è anche legittimo che questi ragazzi palesino la loro fragilità, ovviamente senza superare i limiti del rispetto. Ogni situazione va esaminata diversamente, non c’è giusto o sbagliato, ma solo stati d’animo diversi in situazioni differenti; rompere tre racchette a partita è ovviamente un comportamento inaccettabile, ma buttare una volta la racchetta a terra dopo l’ennesimo errore di rovescio è già più comprensibile. Così come è comprensibile un gesto di stizza verso il pubblico, che spesso prende di mira un giocatore per tutta la partita e magari tifa esclusivamente per il suo avversario. Anche il pubblico deve dimostrare educazione e rispetto, evitando di essere ripreso dall’arbitro, ma ovviamente ha tutto il diritto di schierarsi,  e la reazione del giocatore ci può stare, purché non esageri. Però i giocatori che esagerano (nelle più svariate circostanze) ci sono e, per quanto si possa giustificare una volta, alla lunga diventano episodi gravi, irrispettosi nei confronti del tennis. Per fortuna sono la netta minoranza e il tennis si nutre ancora di leale sportività e di sana competizione, regalando ai suoi appassionati pagine di grande sport. Ma forse nello sport c’è bisogno anche di chi le regole le infrange, di chi perde il controllo in continuazione, di chi vive in bilico tra torto e ragione, tra sportività e mancanza di rispetto; forse lo sport ha bisogno anche del suo lato oscuro per apprezzare meglio la luminosità del lato più sano; forse è giusto sbagliare, ma per diventare dei campioni bisogna capire che dagli errori si impara, chi ci ricasca troppo spesso non riuscirà mai a spiccare il volo.

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