Il cambio di era a Wimbledon: addio ai giudici di linea
Wimbledon è da sempre uno dei templi più sacri della tradizione sportiva. Dai prati perfettamente curati al dress code rigoroso per gli atleti, il torneo londinese rappresenta un baluardo dell’eleganza e della storia del tennis. Eppure, nel 2025, il prestigioso evento ha compiuto un passo epocale verso il futuro, eliminando i giudici di linea umani su tutti i 18 campi in favore del sistema elettronico Hawk-Eye.
Non si tratta di una scelta isolata: anche gli US Open e l’Australian Open hanno già adottato da tempo la tecnologia per il rilevamento delle palle fuori. Resta fedele ai giudici umani soltanto il Roland Garros, complice la diversa natura della superficie in terra rossa. Ma per Wimbledon, l’introduzione del live electronic line-calling segna un punto di svolta che non è passato inosservato, né indolore.
Il sistema Hawk-Eye e i primi inciampi tecnologici
L’Hawk-Eye utilizza 10 telecamere ad alta velocità per ogni campo, abbinate a un complesso sistema di visione artificiale in grado di tracciare il rimbalzo della palla con un margine di errore di appena 2,2 millimetri. Il tutto è integrato da un segnale audio che annuncia in tempo reale la chiamata di “out”.
Ma la ricerca della perfezione tecnologica non ha evitato gli imprevisti. Durante il match sul Centrale tra Sonay Kartal e Anastasia Pavlyuchenkova, il sistema ha improvvisamente smesso di funzionare. In un momento cruciale, Hawk-Eye non ha segnalato una palla di Kartal uscita di circa un piede oltre la linea di fondo. Il punto è stato ripetuto e Pavlyuchenkova, che avrebbe dovuto chiudere il game, ha perso l’occasione. Pur vincendo poi la partita, la tennista russa non ha nascosto il suo disappunto, accusando la tecnologia di averle “rubato il game”.
L’All England Club ha spiegato che l’episodio è stato causato da un errore umano: un operatore avrebbe disattivato per sbaglio un set di telecamere con un singolo clic. “Abbiamo chiesto scusa alle giocatrici coinvolte e rivisto i nostri processi per evitare che accada di nuovo”, hanno dichiarato i portavoce del torneo.
Nostalgia per un tennis più umano
Non tutti hanno accolto con entusiasmo la rivoluzione digitale. Pauline Eyre, ex giudice di linea con alle spalle 16 edizioni di Wimbledon e 12 finali, ha osservato da spettatrice questo cambiamento con una certa malinconia. “Non si può continuare a togliere tutto ciò che rende umano lo sport, nel tentativo di creare una perfezione che non esiste, perché anche i giocatori sono fallibili e devono imparare a gestire gli errori”, ha commentato Eyre, che oggi lavora come comica ma non ha perso l’occhio critico verso il tennis.
Per lei, la perdita non è solo estetica o teatrale, ma anche funzionale. I giudici di linea, con i loro segnali e la loro presenza fisica, facevano parte dell’esperienza di gioco. Ora, il compito è affidato a operatori che lavorano in bunker sotterranei, invisibili al pubblico e ai giocatori. “Se ci saranno comunque errori, perché non può essere un essere umano a commetterli? È una competenza che si perde”, ha detto il tifoso Tom Mansell, esprimendo un sentimento condiviso da molti.
Anche la tennista Emma Raducanu ha espresso dubbi sull’affidabilità della tecnologia dopo una controversa sconfitta contro Aryna Sabalenka: “Le chiamate possono essere sbagliate, e questo è frustrante”.
Tecnologia o tradizione? Il dibattito resta aperto
Il dilemma tra innovazione e tradizione è oggi al centro del dibattito tennistico. Da un lato, la tecnologia promette uniformità e precisione, condizioni che i giocatori ormai si aspettano nei tornei del circuito professionistico. Dall’altro, il rischio è quello di perdere parte dell’anima del gioco, fatta anche di errori umani, contestazioni e momenti iconici come le scenate di John McEnroe, che nel 1981 urlava “You cannot be serious!” dopo una chiamata controversa.
Alcuni tifosi come David Cullen, in visita a Wimbledon per la terza volta, accettano l’evoluzione come inevitabile, convinti che la tecnologia migliorerà con il tempo. Altri, come Jane Carter, sottolineano quanto fosse bello vedere i giudici interagire con i giocatori sul campo, un elemento ormai sparito.
La domanda rimane aperta: vogliamo davvero uno sport privo di imperfezioni umane, dove ogni decisione è affidata a un algoritmo? Oppure, come suggerisce Eyre con ironia, il rischio è di spingersi troppo oltre: “Che facciamo, sostituiamo anche il Royal Box con l’intelligenza artificiale? Mettiamo un robot a lanciare le palline ai giocatori?”
Nel tennis, come nella vita, forse non tutto dev’essere perfetto. E la linea sottile tra progresso e nostalgia è più sfumata di quanto sembri.


