“Non ero di ghiaccio, volevo il fuoco”. Intervista a Roger Federer

“Non ero di ghiaccio, volevo il fuoco”. Intervista a Roger Federer

Riproponiamo la traduzione integrale della magnifica (e lunghissima) intervista di Simon Hattenstone del Guardian a Roger Federer, pubblicata il 18 giugno.

Di Simon Hattenstone (The Guardian: qui l’articolo originale)

Traduzione di Michele Alinovi

Roger Federer, lentamente e con amorevole cura, sfila via il rivestimento della sua nuova racchetta, un po’ come un ragazzino con un lecca lecca gigante. Con sé ha sempre un sacco di racchette (a volte ne usa fino a nove in un solo match) ma in futuro ricomincerà a giocare proprio con questa. Con un po’ di fortuna – mi dice – potrebbe durargli cinque anni.

Mi passa finalmente la racchetta, che stringo fra le mie mani: è leggera e non molto tesa – due aggettivi che potrebbero descrivere perfettamente anche il suo proprietario. Ci troviamo in un ampio magazzino di Zurigo, in Svizzera, e io inizio a muovere la racchetta per aria colpendo palline immaginarie. Federer è slanciato, abbronzato, radioso – come solo un atleta può essere. In questo periodo ha più tempo a disposizione, a partire dal forfait al Roland Garros per un infortunio alla schiena. Ne sta approfittando per lanciare una nuova linea di abbigliamento: vestiti dall’aspetto sobrio, elegante, il tipo di cose che immagineresti che Federer possa indossare nella vita di tutti i giorni. Ci sediamo per parlare e io continuo a stringere la racchetta, sperando che lui non ci faccia caso. Non riesce a concentrarsi, e alla fine mi dice: “Posso riavere indietro la mia racchetta, per favore?”.

Federer non ha sempre avuto un simile rispetto per le racchette. Ormai da anni, sin dalla sua prima vittoria Slam, è conosciuto per la sua calma irreprensibile. Non urla mai a sé stesso o verso il suo box; preferisce sorridere piuttosto di brontolare in campo; contesta raramente le decisioni del giudice di sedia. Ma il giovane Federer era abbastanza diverso: era già un mostro di talento ovviamente – nel calcio come nel tennis – ma il suo comportamento non era certo esemplare.

Un giovanissimo Roger Federer
Un giovanissimo Roger Federer

Roger ha sempre adorato il tennis, sin da bambino, quando palleggiava contro il muro di casa, nel Tennis club con suo padre, un ingegnere chimico, e con sua madre, nata in Sudafrica (Federer ha deciso di mantenere la doppia nazionalità). Ma quando ha iniziato a competere, all’età di circa otto anni, si scoraggiava spesso, si rimproverava, si diceva che era ‘spazzatura’. “Non ero il tipico tennista arrabbiato, piuttosto ero il tipo che si intristiva e si demoralizzava”. Sul serio? In realtà sapevo che spesso lanciava le racchette. Roger sorride: ok, un po’ arrabbiato lo era. “Ma le tiravo con coscienza, contro la rete: così non si rompevano e i miei genitori non avrebbero dovuto acquistarne altre, perché costano un sacco di soldi. Facevo commenti dopo ogni errore, chiedendomi perché cavolo avevo potuto sbagliare quel colpo. Non potevo credere di star giocano così male, mi dicevo che era soltanto uno scherzo”. Per un secondo, ascoltandolo, mi viene in mente John McEnroe e la sua celebre frase “You cannot be serious”. Una volta, gli organizzatori di un torneo gli avevano fatto una sonora lavata di capo, dicendogli che il suo atteggiamento faceva innervosire gli altri giocatori. “I miei erano così tristi che avrebbero preferito andarsene”.

Gli faccio una domanda: Federer sarebbe diventato un campione anche se avesse mantenuto quei comportamenti? “Sì, ma non avrei vinto così tanto. Forse avrei vinto qualche Slam, altri tornei di rilievo; magari sarei rimasto top-10 per lungo tempo, chissà”. Mi guarda con un ampio sorriso. “Insomma, ho vinto 17 Slam, ma credo che ne avrei vinti meno se fossi stato uno svitato – anche se non ne sono sicuro. Per fare buoni risultati bisogna essere forti dal punto di vista mentale, fisico, ma anche molto costanti. Io non lo ero. Anche per questo sono orgoglioso della mia trasformazione”.

Con il forfait al Roland Garros, Roger Federer salta un torneo dello Slam per la prima volta dopo ben 17 anni, dopo aver giocato 65 Slam consecutivi: una prova tangibile della sua perpetua fame di vittorie e della sua straordinaria forma fisica. Di questi ne ha vinti 17, dicevamo: un record imbattuto. Pete Sampras e Rafa Nadal, i secondi della lista, ne hanno conquistati 14, mentre il n. 1 del mondo Novak Djokovic (che ha vinto gli ultimi quattro Slam consecutivamente) per il momento in bacheca ne ha ‘soltanto’ 12. A distanza siderale rimane Andy Murray, finalista al French Open, con appena due titoli Major. Quasi tutti i tennisti della sua età si sono ritirati, ma lui no, è ancora n. 3 al mondo e spera di vincere un altro titolo a Wimbledon (per il momento ne ha vinti 7).

Non sono soltanto i record che fanno di Federer il più grande, ma è il modo in cui gioca a tennis. Si contano sulle dita di una mano i grandi sportivi che fanno del proprio gioco qualcosa che trascende lo sport stesso e lo eleva in una manifestazione di bellezza assoluta: Lionel Messi nel calcio, Muhammad Ali nella boxe, Ronnie O’Sullivan nel biliardo. E Federer, nel tennis. L’anima con cui gioca, la suadente eleganza – il suo famosissimo rovescio a una mano, il suo dritto chirurgico – la T-shirt che si alza ogni volta, mostrando i suoi addominali scolpiti. Federer è in grado di fare braccio di ferro con i giocatori da linea di fondo delle nuove generazioni, ma sa conciliare il nuovo stile con i serve&volley, soluzioni che dominavano il tennis di una volta. Il suo aspetto e il suo modo di fare hanno sempre una certa classe. Non è sempre stato così: quando Federer si era fatto notare per la prima volta nel circuito, sembrava un ex componente di una band heavy metal composta da teenager. Ma da quando ha dato un taglio alla coda di cavallo, ha pian piano assunto un’immagine completamente diversa: più alla Jay Gatsby che alla Ozzy Osbourne.

Miami 2014: a volte le cattive abitudini ritornano...
Miami 2014: a volte le cattive abitudini ritornano…

Anche dopo tutti i successi ottenuti da Nadal, Djokovic e Murray, nessuno è amato, venerato, idolatrato come Roger Federer. In un celeberrimo articolo scritto oltre una decina d’anni fa sul New York Times, il compianto scrittore David Foster Fallace asseriva che vederlo giocare era una sensazione paragonabile a un’esperienza religiosa. E in 25 anni di interviste, non avevo mai notato, da parte degli amici e dei colleghi, una reazione così estasiata quando dicevo loro chi avrei incontrato: giovani, vecchi, uomini, donne, l’amore per Federer non conosce barriere. Un amico manager mi ha chiesto se poteva accompagnarmi, portandomi il borsone. Molti mi hanno dato cappellini, palline e libri per gli autografi. Tanto che, quando l’ho incontrato, mi sono sentito un merchandiser più che un giornalista. Persino mia madre mi ha avvertito: “Qualunque cosa farai, non bisticciare con Roger”.

Federer ha vinto Wimbledon juniores a 16 anni, ma l’emozione continuava ad avere la meglio su di lui. Gli altri giocatori si erano accorti che aveva un difetto che avrebbe potuto influire negativamente sul suo rendimento. “Dicevano di me: Alla fine si spezzerà”, mi dice. “Gioca con pazienza e vedi che, prima o poi, ti concederà facili errori gratuiti. Per questo ho cercato di creare dentro di me una sorta di aura di invincibilità, per diventare un tennista molto difficile da battere”. Una trasformazione non immediata: Roger aveva quasi 22 anni quando ha vinto il suo primo titolo Slam.

Così Federer, da capriccioso McEnroe quale era, è diventato un granitico e solerte Bjorn Borg? “In alcuni aspetti sì, ma Borg era di ghiaccio”. Gli idoli di Federer fanno parte della generazione successiva, sportivi irruenti come Goran Ivanisevic. Quando gli allenatori gli avevano ordinato di calmarsi, lui li ha ascoltati, ma solo da un punto di vista: “Insomma, dovevo far uscire le mie emozioni, non posso rinunciarvi. Loro mi risposero che sì, va bene, ma non troppo. Alla fine ho capito che dovevo trovare un equilibrio. Non posso essere di ghiaccio, sarebbe terribilmente noioso. Ho bisogno del fuoco, della frenesia, della passione, delle montagne russe. Ma posso averle solo nella misura in cui posso gestirle: se sono tutto di fuoco, divento pazzo. Ci ho messo due anni per capirlo: è stato un lungo percorso”.

Wimbledon, 6 luglio 2003: Roger Federer batte Mark Philippoussis e vince il suo primo titolo Slam.
Wimbledon, 6 luglio 2003: Roger Federer batte Mark Philippoussis e vince il suo primo titolo Slam.

Federer mi confida che c’è una storia che Mirka, sua moglie e madre dei suoi quattro figli (due gemelle, Myla Rose e Charlene Riva, che a luglio compiranno 7 anni e due gemelli, Lenny e Leo, nati due anni fa) ama raccontare a proposito della prima volta che lei ha posato lo sguardo su di lui. “Giocavo in un Tennis club in Svizzera e tutti le dicevano: Vai a vedere questo ragazzo, ha un talento straordinario, è il futuro del tennis. Ebbene, la prima cosa che mi ha visto fare è stato lanciare una racchetta e mettermi a gridare. Così lei aveva pensato qualcosa come: Oh, sì! Gran giocatore, sembra davvero bravo! Ma… qual è il suo problema?”.

Mirka era più grande di Roger e allora anche lei era una tennista promettente, ma dalle caratteristiche profondamente diverse: forte mentalmente, disciplinata, insomma – più ‘austera’. Nel 2002 aveva raggiunto la 76esima posizione mondiale, prima di essere costretta al ritiro a causa di un infortunio al piede.

In realtà i due si sono conosciuti alle Olimpiadi di Sydney nel 2000, dove entrambi erano in gara. Lei aveva 21 anni, lui appena 18. “Lei è sempre stata più matura di me”. In ogni senso. Gli dico che a quell’età tre anni di differenza sono tantissimo. Fa sì con la testa: “Beh, avevo quasi 18 anni e mezzo. – ride – Quando sei così giovane le provi tutte per far vedere che hai sei mesi in più della tua età. E lei mi guardava come per dire: Okay, sei un bambino”.

Federer ha sempre dichiarato che Mirka ha avuto un ruolo chiave nel raggiungimento del suo successo. “Quando l’ho incontrata avevo zero titoli, adesso ne ho 88. Durante questo percorso, lei c’è sempre stata”. Parla di lei con orgoglio e tenerezza: mi spiega come i suoi genitori sono fuggiti dal regime comunista in Cecoslovacchia quando aveva solo un anno, quanto hanno lottato per ottenere la cittadinanza svizzera, e con quali avversità ha dovuto fare i conti lei. Certo, non ha realizzato i suoi sogni da tennista professionista, ma è diventata il suo modello principale, un esempio e la sua fonte d’ispirazione. “Spesso si allenava cinque, sei ore di fila. I suoi genitori dovevano lavorare tantissimo. Era una ragazza forte, e mi ha insegnato come si lavora sul serio. Quando andavo al Centro di tennis e la vedevo faticare tutte quelle ore, pensavo che io non avrei potuto mai fare una cosa simile. Mentalmente mollavo già dopo un’ora, gli allenamenti erano così noiosi… Ero stato anche cacciato via da un allenamento per cattivo comportamento”.

Roger&Mirka
Roger&Mirka

Secondo l’idea comune, confermata dal giornalista e scrittore Malcom Gladwell e dall’ex campione britannico di tennis tavolo Matthew Syed, il talento naturale ti dà solo una marcia in più: per esprimere tutto il proprio potenziale occorrono 10mila ore di allenamento, fatica e sudore. Federer è l’eccezione che conferma la regola, dunque? Ha davvero vinto così tanto senza raggiungere questa famigerata somma di ore di lavoro? “Dio, no”, mi risponde. Lui ha sempre lavorato sodo; magari non nel momento giusto, né con ordine. Solo a partire dall’arrivo di Mirka ha iniziato a realizzare concretamente il suo potenziale, è vero: a quel tempo, però, i suoi progressi in fatto di risultati non erano costanti.

Nel 2001 Federer aveva scritto un pezzo di storia battendo Pete Sampras a Wimbledon, fermandosi poi ai quarti di finale, risultato che aveva raggiunto un mese prima anche al Roland Garros. L’anno dopo, però, fu sconfitto al primo turno in entrambi gli Slam. “Così, di colpo, la gente iniziava a chiedersi: Ma dov’è finito il suo talento?”. Anche lui temeva di averlo gettato al vento? “Sì, lo temevo”. I miei genitori (“i migliori che avessi mai potuto avere”) e Mirka hanno sempre avuto fiducia in lui, ma i giornalisti si chiedevano in modo sempre più frequente se aveva qualche problema di tenuta mentale.

In quel periodo non esisteva una differenza abissale tra i top-player di allora e gli altri: tutto poteva accadere. Proprio con Federer era iniziata una nuova era di dominio di una élite tennistica, formata dai cosiddetti Fab four insieme a Rafael Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray. Negli ultimi anni i ‘fantastici quattro’ sono usciti poche volte prima delle semifinali Slam, a meno che non si scontrassero prima tra di loro.

Finalmente nel 2003 era arrivata la prima vittoria Slam, a Wimbledon, quando batté in finale l’australiano Mark Philippoussis in tre set: solo sei anni divenne, a detta di molti, il più grande di tutti. In pochi anni aveva conquistato record straordinari: 10 finali consecutive in uno Slam, 23 semifinali consecutive, 36 consecutivi quarti di finale; è l’unico tennista nella storia ad aver vinto due Slam cinque volte consecutivamente –Wimbledon (dal 2003 al 2007) e gli Us Open (dal 2004 al 2008). Secondo Forbes è il quarto sportivo più pagato al mondo, con 67 milioni di dollari ottenuti nel solo 2015, dei quali ben 60 milioni per pubblicità, partecipazioni e sponsorizzazioni. In carriera ha guadagnato 98 milioni di dollari in prize money [un record superato solo da Novak Djokovic tre mesi fa, N.d.T].

Decido di chiedere a Roger quali sono stati i match più significativi della sua lunga carriera. Me ne elenca tre: la prima volta che sconfisse Pete Sampras nel 2001, nel già citato match nel quarto turno di Wimbledon, perché segnò una svolta; il suo primo successo nello Slam di Church Road, due anni dopo (“Avevo raggiunto il mio sogno: in quel momento la mia carriera poteva anche fermarsi lì, tutto quello che volevo era vincere Wimbledon”); infine, la vittoria al Roland Garros nel 2009, quando sconfisse in finale il colosso svedese Robin Soderling, esecutore di Rafael Nadal al quarto turno (“Ormai non pensavo più di vincere a Parigi. Ma ce l’avevo fatta, ero raggiante: è stato un gran conforto”). In tutte le finali perse al Roland Garros si era arreso a Rafael Nadal. Come mai? Era stato sempre sfortunato contro di lui? “No. Qualche volta sono stato battuto nettamente, altre volte sono andato vicino alla vittoria, ma non sono mai stato abbastanza bravo da sconfiggerlo. Alla fine, però, non ho mai perso davvero la speranza che, un giorno, ci sarei riuscito”.

Nadal è stato il suo rivale più grande. “Sì, per me lo è stato. La situazione potrebbe cambiare se giocassi altre volte contro Novak Djokovic in match particolarmente importanti. Io e Novak ci siamo scontrati spesso dando vita a incontri durissimi, ma in qualche modo la rivalità contro Rafa rimarrà sempre qualcosa di unico, soprattutto dopo la finale di Wimbledon nel 2008”.

Quel match era stato qualcosa di epico, ancora vivo nella memoria degli appassionati. Alla fine fu il maiorchino a prevalere, con il punteggio di 9-7 al termine di un magnifico quinto set. Era incominciato con la luce del sole, si era concluso all’imbrunire. Federer aveva dichiarato che Nadal era l’avversario più duro che avesse mai incontrato, anche più di Djokovic. “Rafa è un mancino: lo spin che riesce a creare non si era mai visto prima. Ho dovuto cambiare un sacco di cose, nel mio gioco, per tentare di batterlo”.

Nel tie-break del quarto set Federer si era trovato sotto 8-7, con Nadal al servizio per portare a casa il match. A quel punto, Roger aveva realizzato quello che – a detta di molti fan – è il miglior colpo della storia del tennis: un divino passante di rovescio sulla riga. Era straordinario non solo per la direzione della pallina e per la potenza del colpo creata da un quasi noncurante, piccolo movimento del polso: si trattava, soprattutto, dell’eccezionale coraggio di cui aveva dato prova, con quella scelta in un punto che valeva l’incontro. Gli domando se esiste un suo colpo preferito, tra gli infiniti che ha giocato lungo la sua carriera; esita un po’ nella risposta, così gli ricordo quel colpo. “Oh, sì, quello era stato ottimo, ma non mi è venuto in mente perché poi ho finito col perdere quella partita. A cosa serve eseguire un colpo fantastico, se poi vieni battuto?”.

Roger preferisce di gran lunga il passante tra le gambe che ha fatto contro Novak Djokovic, nella semifinale degli Us Open 2009. Una soluzione letale, audace e infinitamente arguta, che lo aveva condotto al match-point. Esiste un vero nome per quel colpo? “No. Alcuni lo chiamano Hotdog, altri Tweener; io lo chiamo colpo-tra-le-gambe, perché quello è, alla fine”. L’anno scorso Roger ha perfezionato un colpo piuttosto bizzarro, che ama fare: lo chiamano Sneaky Attack By Roger e consiste nel scendere verso la rete in risposta al servizio avversario. “Il mio allenatore [Stefan Edberg, N.d.T.], mi aveva incoraggiato a provarlo e io, all’inizio, trovavo ridicola la cosa. Così lui mi ha detto: no, vincerai un sacco di punti in questo modo. Così le prime volte ho provato a farlo nei game in risposta sul 15 pari, poi persino nei break-point. Devo ammetterlo, è divertente”. Ben pochi giocatori hanno sperimentato tanto quanto Federer, o hanno amato il loro tennis tanto quanto lui.

Sin da quando aveva 20 anni ha imparato a giocare con una solida disciplina – il ‘ghiaccio’ di cui abbiamo parlato poco fa. Soltanto alla fine di un torneo, spesso, potevamo accorgerci del suo ‘fuoco’: quando arriva, quando sprigiona un’esplosione di emozioni, allora può diventare davvero vulcanico. La sua capacità di piangere dopo una finale aveva sorpreso tutti e a volte persino scioccato se stesso. Roger ricorda che la prima volta che ha pianto su un campo da tennis era stata al termine dell’incontro di Coppa Davis tra Svizzera e Stati Uniti nel 2001. “Eravamo riusciti a battere gli americani a Basilea, nella mia città natale, dove anni prima ero raccattapalle. Dopo aver vinto il match decisivo ero così felice ed esausto da cadere a terra e mettermi a piangere. In quel momento mi chiedevo: Cos’è questa emozione? Non riuscivo a capire cosa mi stava succedendo”. Pochi mesi dopo avrebbe battuto Pete Sampras a Wimbledon. “Avevo salvato una palla break e poi avevo vinto 7-5 nel quinto grazie a un dritto vincente sulla riga. Mi piegai con le gambe e scoppiai a piangere, di nuovo. E mentre piangevo mi chiedevo se ero pazzo e cosa diavolo c’era di sbagliato in me”. Nel ricordare quelle emozioni provate un tempo, Federer inizia a versare qualche lacrima. Gli chiedo se ciò lo infastidisce. “No. Penso che rivivere certe emozioni sia una delle ragioni per cui continuo a giocare ancora oggi”.

Celeberrimo è il suo pianto dopo un altro epico match perso contro Rafael Nadal, nella finale degli Australian Open 2009. Quella volta aveva provato addirittura vergogna. “Quando hai perso una finale la tua mente fa giri strani: li devi superare, e così devi piangere un po’, ma dopo essertene andato dal campo. Quella volta il timing è stato un disastro. Era il momento di Rafa, e io gliel’ho quasi portato via”. In quel momento era arrabbiato con se stesso? “Sì, perché è stata una reazione esagerata. E molti, dopo, hanno voluto leggere tante cose nel mio comportamento. La gente diceva che era un segno del mio declino e che: Oh mio Dio, ora non sa accettare la sconfitta sul duro contro Rafa!”.

Us Open 2009: il pianto di Federer dopo la finale persa contro Rafael Nadal
Us Open 2009: il pianto di Federer dopo la finale persa contro Rafael Nadal

Su Youtube è possibile trovare un video molto simpatico con Federer e Nadal, girato per la Roger Federer Foundation nel 2003, nell’ambito di un progetto umanitario che aiutasse i bambini poveri ad avere un’istruzione adeguata [in realtà il video risale al 2010, N.d. T.]. Ogni volta che Rafa parla in inglese, Federer inizia a ridacchiare, a causa del suo marcato accento spagnolo. Alla fine gli basta incrociare lo sguardo con quello di Rafa e scoppiano a ridere entrambi. La cosa sorprendente in questo video è che Roger negli anni si è costruito una reputazione un po’ da ‘primo della classe’, mentre qui sembra l’alunno più discolo e indisciplinato.

Rafa è, per Roger, uno dei suoi migliori amici nel circuito, insieme al connazionale Stan Wawrinka. E chi altri lo fa ridere? “Andy Murray è molto divertente, mi piace chiacchierare con lui. Anche Gael Monfils è un simpaticone, sempre molto tranquillo. Non c’è in realtà uno con cui non vado d’accordo: ciò rende il tour molto più piacevole. All’inizio della tua carriera sì, puoi essere un duro, sempre concentrato, un guerriero in campo, ma poi lasci un po’ perdere tutto questo e hai solo voglia di divertirti. Ecco perché ci sono molti tennisti che rimangono nel tour a lungo. Anni fa tutti erano così seri, come se si odiassero a vicenda. Non è bello quando 50 giocatori non ti vedono di buon occhio, no? La cosa migliore è andare tutti d’accordo”. A quale periodo si riferisce? “Gli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Anche oggi siamo molto determinati, ma non serbiamo odio o rancore nei confronti degli altri”.

Secondo Federer c’è qualcosa che è cambiato in peggio rispetto a quegli anni: il grunting. C’è una ragione per cui Roger non urla mai durante il gioco: lo disturba. “Prima i giocatori non emettevano molti grugniti, ora lo fanno tutti. Ho sempre pensato che se mi mettessi a fare versi, penserei più a quello che all’esecuzione del colpo. Non mi disturba fino a un certo limite, ma non mi piace se è troppo forte o se viene fatto sistematicamente durante i momenti chiave. Così non è sportivo”.

Nel tennis i tic sono molto più comuni rispetto a qualsiasi altro sport. Anche Roger ne ha qualcuno? “In realtà no”. Tra gli altri giocatori, è senza dubbio Nadal che detiene il primato. “I suoi tic sono evidentissimi”. Prima di ogni servizio, Rafa è come se si togliesse qualcosa dal fondoschiena. “Penso che in questo senso sia peggio vederlo in tv che giocarci contro: quando serve tu sei concentrato su te stesso, non pensi a quello che fa con la mano”. Roger si annoia quando i tic dei giocatori rallentano il gioco? “A volte me la prendo con i giudici di sedia, che consentono loro di superare il limite di tempo consentito fra un punto e l’altro. Non voglio che perdiamo spettatori perché giochiamo due punti ogni due minuti, o perché quando, dopo un servizio che ha toccato la rete, si ricomincia col solito tic. Questo è un pericolo”.

L’incontro tra me e Roger è avvenuto la settimana precedente a quella in cui il Tribunale dell’Itf ha punito Maria Sharapova con due anni di sospensione per aver assunto il meldonium, una sostanza vietata dalla Wada, l’Agenzia mondiale anti-doping. Federer è convinto che sia necessaria una tolleranza zero nei confronti di chi fa uso di sostanze non lecite. “Non importa se l’hai assunto di proposito o meno, ti trovi comunque nella stessa barca: ciò che hai fatto non è consentito. Bisogna essere sempre sicuri di ciò che entra nel proprio corpo”.

Alcuni giornalisti hanno affermato che ora anche il tennis sta avendo il suo momento ‘Lance Armstrong’. “Credo che sia una sentenza un po’ esagerata, anche se più controlli sono senza dubbio necessari. La mia federazione olimpica, in Svizzera, è molto rigorosa, ma so che quelle di alcuni altri Paesi non lo sono. Ogni volta che un giocatore raggiunge i quarti di finale in un torneo, dovrebbe essere sempre controllato – perché è lì che il prize money inizia ad alzarsi considerevolmente. Per me ogni volta che un giocatore compie un grande risultato deve essere sottoposto a un test; io sono anche per la conservazione di campioni di sangue, e forse anche di urina, per 10 anni. Questo scoraggerebbe molti tennisti dall’assumere sostanze illecite”. Federer è d’accordo anche sui ban retroattivi? “Sì, siamo giocatori professionisti, dobbiamo essere responsabili delle nostre azioni, quindi è un bene impaurirci dicendo: Ora puoi fare quello che vuoi, ma sappi solo che più tardi potremmo ritornare…“.

Il tennis ha di recente subito anche l’onta dello scandalo-scommesse: lo scorso marzo, il pubblico ministero Roberto Di Martino ha detto che oltre di due dozzine di top-players dovrebbero essere indagati per relazioni con organizzazioni di betting. Federer ha detto che non è mai stato contattato, ma è stato uno dei primi a sentir parlare di questo problema, ben otto anni fa: “Durante un incontro tra giocatori qualcuno aveva parlato della questione e io ho pensato: Di cosa sta parlando?, e poi: Mio Dio! Per fortuna possiamo farne a meno, ma fa paura che sia una realtà presente nel tennis. Il tennis è qualcosa che coinvolge una persona, che può decidere, da sola, cosa fare – a differenza degli altri sport“.

Non ho mai incontrato uno sportivo così disinvolto nel parlare, senza alcuna diffidenza o esitazione. L’unica volta in cui Federer rimane un po’ sulla difensiva è quando osservo che Nadal sia in declino (“Beh, non è così in difficoltà: è ancora top-five”) e quando gli dico che Murray potrebbe trarre beneficio dai suoi consigli in fatto di vestiti (“Beh, questa è una tua opinione!”).

A qualsiasi domanda che gli faccio, lui risponde in modo completo ed esauriente. Così gli faccio alcune rapide domande, a beneficio dei fan. Cos’è successo alla mucca Juliette, che gli organizzatori gli hanno presentato nel corso dello Swiss Open di Gstaad nel 2003 [era successo nel 2013, N. d. T.]. “La mucca ha avuto una vitellina, la quale a sua volta ha avuto un altro vitello. Ora non ci sono più, sono state mangiate. Capita…”. Chi vincerebbe a braccio di ferro tra lui e Nadal? “Non io. I miei coach non me lo permetterebbero, dicono che non sarebbe bene per il mio braccio. Ho provato e sono molto debole”. Quale lingua usi per tenere il punteggio? “Svizzera, tedesca o inglese, dipende da dove sono”. Davvero ti capita di passare il tempo con la direttrice di Vogue Usa Anna Wintour? “Sì, ci teniamo in contatto”. Che tipo è? “Una buona amica. É incredibilmente brava a sostenerti. La prima volta che l’ho incontrata non sapevo neanche chi fosse. Oggi è molto amica di mia moglie”. Ti dà dei consigli sulla moda e lo stile? “Certo, le chiedo cosa ne pensa di questo o di quello e lei dice, a seconda dei casi: Oh, è terribile! oppure, É bellissimo!“. Quali cose pensa che siano terribili? “Non le piace il fatto che ho un ‘serpente’ stampato sul retro della mia maglietta. Quando sudo si apre per consentire la ventilazione: è stata una bella idea da parte della Nike. Ma lei ha commentato seccamente: Non mi piace“.  (Federer ha collaborato con il noto marchio per la sua nuova linea). Qual è la la cosa più vistosa che ha acquistato? “Auto e orologi. Ho sei macchine”. Che tipo di papà è? “Amorevole. Non smetterei mai di coccolare i miei bambini”.

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Roger e Juliette, la mucca che ha ricevuto in regalo dagli organizzatori dello Swiss Open 2013. É stata mangiata…

Nel suo celebre articolo per il New York Times, David Foster Wallace aveva scritto che Federer “era carne e non lo era”. Nick Paumgarten ha spiegato meglio questo punto di vista: “Il fatto è che fare il tifo per Federer è come tifare per un ideale platonico”, aveva scritto. “É come tifare per la verità”. Ho chiesto a Roger se ha mai letto gli articoli e i libri scritti su di lui. “Non mi piacciono molto”. Ricorda l’incontro con Foster Wallace: “L’intervista è stata piuttosto bizzarra. Non avevo la minima idea se ne sarebbe nato un pezzo geniale o il più brutto pezzo di tutti i tempi. Quando uscì mi sono detto qualcosa come Oh mio Dio, non ho mai pensato che era questa la direzione che voleva prendere. Ha fatto un gran polverone. La gente era convinta che si trattasse di un pezzo meraviglioso”. E Federer cosa ne pensa: “Credo che ha trovato una buona strada per definirla, l’esperienza religiosa, in un modo nel quale la gente avrebbe potuto relazionarsi. Ma nello sport tutto viene considerato superlativo”. Quindi Federer pensa di se stesso che sì è bravo, ma non così bravo? “Esattamente. Mi sento a disagio con questa roba”.

David Foster Wallace world copyright Giovanni Giovannetti/effigie
David Foster Wallace

É da quattro anni che Federer non vince uno Slam. Continuano infinite, com’è prevedibile, le voci di un possibile imminente suo ritiro, ma lui afferma che non ha progetti in questo senso: “Non voglio dire che mi sto divertendo di più di prima, è una cosa diversa. Oggi provo un amore più intenso e profondo per il gioco. Prima tutto consisteva nel raggiungere il sogno; adesso è semplicemente vivere il sogno e apprezzare ciò che ancora sono in grado di fare. É una sensazione fantastica”. Roger è convinto di essere ancora capace di vincere tornei. “Djokovic è l’uomo da battere? Sì, assolutamente. Merita di stare dove si trova oggi? Sì, al 100%. É battibile? Sì, certo che lo è. L’anno scorso l’ho sconfitto tre volte”.

Moltissimi fan di Roger temevano che, non appena non si fosse più trovato al vertice, avrebbe deciso di mollare. “Sì, sento parlare del mio ritiro sin dal 2009, quando ho vinto il French Open. La gente sembrava dicesse: Bene, e adesso per che ragione vuoi continuare a giocare? E io mi chiedevo che diavolo avessero di sbagliato queste persone. Non si rendono conto che giocare a tennis è un gran divertimento? Non è che ho bisogno di vincere tre Slam all’anno per essere soddisfatto. Se il mio corpo e la mia mente non mi permettessero di continuare, se mia moglie o i miei figli non fossero contenti, smetterei domani senza alcun problema. Ma amo il tennis in modo così intenso e viscerale che non mi importa se oggi non vinco più così tanto. Per me è qualcosa di irrilevante”.

C’è un torneo che Roger Federer vorrebbe vincere di nuovo? “Wimbledon”, risponde all’istante. “É lì che i miei eroi – Becker, Edberg e Sampras – hanno trionfato di più. Lì ho vinto il torneo junior nel 1998, il mio primo Slam, lì ho vinto match incredibili. Wimbledon è il Santo Graal”.

2 commenti

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  1. Giselda Meneghetti - 11 mesi fa

    Leggetelo ne vale veramente ! Roger è così , grazie X l’articolo !

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  2. Giorgio Vacca - 11 mesi fa

    Cristian

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