Jelena Gencic, la donna che scoprì Novak Djokovic

Jelena Gencic, la donna che scoprì Novak Djokovic

Dietro un grande uomo c’è una grande donna: Jelena è stata la grande donna di Novak Djokovic: e non stiamo parlando di Jelena Ristic, l’attuale consorte, ma di Jelena Gencic, colei che lo scoprì all’età di 4 anni e gli fece da “seconda madre”. A lei ‘Nole’ ha dedicato le sue vittorie, e per lei vuole conquistare il Roland Garros. Ecco la loro storia.
Un saluto con sorriso incorporato al pubblico, una carezza al manto erboso e un bacio rivolto al cielo: questa la sequenza di rituali che hanno corredato ogni vittoria di Djokovic nel corso dell’ultima edizione dei Championships. Quella che ai più è sembrata un’uscita di scena da consumato intrattenitore in realtà celava un sentito ricordo della persona che, prima di ogni altra, ne ha riconosciuto il talento.

Nole aveva appena sei anni quando quella donna decise di accollarsi la responsabilità di modellare le potenzialità di quel prodigio, prendendosi cura dell’infante serbo e preservandolo dalle aberrazioni belliche imperanti nella ex Jugoslavia all’inizio degli anni 90. Quella persona è deceduta poco più di due anni fa. Da allora Djokovic non ha perso una sola occasione per tributarle gratitudine imperitura, dimostrando quanto sia stato determinante l’apporto di quella donna, solo all’apparenza taciturna, che sapeva dispensare lezioni di vita e insegnamenti tennistici con equivalente sapienza. Quella donna si chiamava Jelena Gencic.

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Jelena ha dedicato tutta la sua vita alla formazione di bambini compresi tra i 6 e i 14 anni. Non si sposò mai e non ebbe mai un figlio. Jelena sublimava il proprio istinto materno donando tutta se stessa agli infanti che gremivano la sua Accademia, conciliando la didattica tennistica e l’insegnamento di valori cardine per la formazione di un essere umano.

Un giorno al suo cospetto si presentò un fanciullo dallo sguardo vispo, accompagnato da genitori tanto orgogliosi quanto disperati. La madre di Novak affidò a quella signora dall’aria così rassicurante il proprio primogenito, nella speranza che almeno lei potesse arginarne l’esondante vivacità. L’imperturbabile Gencic non si lasciò impressionare dalla allarmanti referenze materne: in fondo a quell’età tutti i bambini sono animati dalla medesima frenesia vitale. Ciò che non accomunava Djokovic a tutti gli altri allievi era la stoffa, di cui Novak era copiosamente ricoperto.

Jelena non ci mise molto a rilevare l’eccezionalità di quel ragazzino sfacciato, decidendo così di seguirlo con ancora più scrupolo. Dopo pochi mesi la signora Gencic chiese ai genitori di Nole di poterlo allenare in prima persona. I genitori, confortati dall’autentico affetto dimostrato da quella rassicurante signora, acconsentirono, contribuendo inconsapevolmente alla nascita del futuro numero 1 del mondo.
Jelena da allora dedicò tutte le proprie attenzioni a Novak ed altri tre ragazzini della sua Accademia. Gencic riuscì a regalare spensieratezza e momenti ludici in un contesto raggelante, nel quale si consumavano bombardamenti, atrocità e barbarie preservando, per quanto possibile, l’infanzia dei propri allievi.

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Jelena fu una giocatrice di pallamano e una tennista di discreto livello. Nella sua modesta dimora belgradese conservava come una reliquia una replica del trofeo di Wimbledon che il suo pupillo stava conquistando sul Centrale dell’All England Club. Pochi giorno dopo Novak si recò in Serbia per fare visita alla propria nutrice tennistica, regalandole una delle emozioni più forti della sua vita.

Due anni più tardi, mentre Djokovic si preparava ad affrontare Dimotrov nel terzo turno del Roland Garros, Marian Vajda ricevette la più nefasta delle notizie. Jelena era morta. L’allenatore di Djokovic decise di non comunicare la notizia a Nole prima della partita, rimandando la ferale incombenza dopo la conclusione del match. Una volta appresa la notizia Nole scoppiò in un pianto a dirotto, annullando la conferenza stampa in programma.
Jelena era malata di cancro, ciò però non le impedì di dedicare anima e corpo al tennis e ai suoi figli acquisiti fino alla fine. Due giorni prima di morire era ancora sul campo a dare lezioni di tennis e di vita.

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Djokovic, pochi giorni dopo la morte della signora Gencic, parlò dell’intenso legame che li ha accompagnati : “Jelena non è stata solo la mia prima allenatrice, ma anche una sorta di seconda madre. Siamo stati insieme per tutta la vita. Mi ha insegnato moltissime cose, valori che fanno e faranno parte di me per sempre. E’ stata una delle persone più incredibili che abbia conosciuto in tutta la mia vita”.

Marian Vajda successivamente confidò che, in uno degli ultimi incontri tra Jelena e Novak, la signora Gencic chiese a Nole di regalarle il Roland Garros, in modo che potesse completare la collezione di repliche di trofeo dello Slam.
Novak è destinato a segnare un’epoca del tennis ma, nonostante la traboccante bacheca, è ancora ostaggio di un cruccio che non sembra volerlo lasciare in pace. Novak si sente ancora in debito nei confronti rassicurante signora che, in punto di morte, gli ha chiesto di regalarle il Roland Garros. Non sappiamo se alla fine Djokovic riuscirà a soddisfare l’accorata richiesta della sua seconda madre. Di certo ci proverà fino allo stremo delle forze, animato dalla smisurata gratitudine nei confronti di quella forza della natura chiamata Jelena.

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