COACH E CAMPIONI, STORIE DI ORDINARIA FOLLIA

COACH E CAMPIONI, STORIE DI ORDINARIA FOLLIA

Andre Agassi, Mjriana Lucic, Bjorn Borg e i loro allenatori: brevi considerazioni sui legami indissolubili nello spietato mondo del tennis. Tra incubi e speranze, padri-padroni e promesse mancate. E la fortuna di chi ce l’ha fatta

Anche quest’anno vengono assegnati, come di consueto, i premi ai migliori tennisti che si sono distinti durante la stagione. Molti però si chiedono: perché l’Atp e la Wta non assegna un premio anche per i coach migliori? E perché non uno per i peggiori? Illustri o meno, sono loro che – in sordina – preparano i campioni del circuito maggiore, li seguono fisicamente e, a volte, li trasformano in autentiche macchine da guerra. Duro lavoro, quello degli allenatori, che a volte si trovano di fronte a dover gestire autentici casi umani di fragilità mentale. Numerose strade possono percorrere coloro che intendono cambiare l’impervia psiche dei propri atleti: bisogna essere un po’ dei Freud, un po’ dei ‘negrieri’.

Tra i ‘Freud’ potremmo prendere Brad Gilbert, ad esempio: la sua saggezza e il suo polso di ferro sono stati essenziali per la carriera di Andre Agassi, genio ribelle e tormentato. Fondamentale il suo sostegno psicologico durante la sospensione per pioggia della finale del Roland Garros 1999 contro l’ucraino Andrei Medvedev. Agassi era sotto due set a zero, ma dopo la ripresa il campione di Las Vegas fu capace di una epica rimonta che gli permise di aggiudicarsi la coppa dei Moschettieri e quindi il Career Grand Slam. Brad non è mai completamente riuscito, tuttavia, a esorcizzare dalla testa del suo protetto la sudditanza mentale che nutriva nei confronti della nemesi-Pete Sampras: “Dite tutti che contro di lui ho problemi psicologici ma la verità è che quando Pete serve al massimo io non vedo nemmeno la pallina e nessuna psicologia del mondo mi farebbe rispondere” aveva lamentato una volta ‘Flipper’ in merito al più acerrimo rivale.

C’è poi chi ritiene che dolcezza e temperanza siano le parole d’ordine per sviluppare al meglio le prestazioni dei propri atleti: questo è certamente stato il caso dell’istruttore fai-da-te Richard Williams, che non ha mai negato alle figlie di condurre una vita normale fuori dal campo di gioco, oppure dell’impronunciabile Larisa Preobrazhenskaya, coach della velina Anna Kournikova che per lei si profuse con cotanti elogi: “E’ stata come una seconda madre e mi ha fatto sentire protetta. Quando mi allenavo qui a Mosca per nove ore al giorno, sentivo per lei più di quanto ho mai nutrito per la mia vera madre”. Apperò. Il programma di Larisa ha sicuramente fatto centro sul piano affettivo, ma chissà dove sarebbe arrivata la bambolina russa se al posto delle carezze fosse stata cresciuta a suon di sculacciate; saperlo nessun potrà.

Un altro sodalizio da libro Cuore è quello tra l’indimenticato Lennart Bergelin e Bjorn Borg, durato ben dodici anni (dal 1971 al 1983). Lennart, forte della sua esperienza di grande giocatore (aveva vinto il Roland Garros 1948), riuscì a trasformare radicalmente il carattere ribollente di un Iceborg teenager, che era avvezzo alle escandescenze e alle sfuriate ‘spaccaracchette’, aiutandolo ad avere quella ben nota freddezza che gli regalò 11 titoli del grande Slam. Per Bergelin la cosa più importante che Bjorn doveva fare era “frenare i suoi bollenti spiriti“. Niente donne durante i tornei, niente sesso: nuocciono al tennis.Lennart alloggiava sempre nella camera d’hotel a fianco di quella di Bjorn per controllare che nessuna bella fan lo ‘importunasse’ durante la notte. “Eravamo come padre e figlio” disse poi il campione svedese ricordando il defunto maestro.

Alla categoria dei ‘negrieri‘ appartengono centinaia di nomi e di casi tra cui i più tristi. A partire da quella sfilza di padri-padroni che hanno distrutto per anni le vite di giovani ragazze e ragazzi di mezzo mondo. Genitori oppressivi, famiglie fanatiche che hanno visto nei figli le proverbiali galline dalle uova d’oro sottoponendoli ad allenamenti incessanti ed a vessazioni quasi criminali. Di queste migliaia di presunte promesse, solo una minima parte è poi riuscita a fare del tennis il proprio lavoro. E di questi, poco più di qualche decina sono divenuti dei veri campioni. Per tutti gli altri – per chi non ce l’ha fatta – null’altro che un’infanzia rovinata.

Un caso illustre è quello del già citato Agassi, che nella sua autobiografia ‘Open’ narra del rapporto conflittuale con il padre, il ferocissimo Mike. Un iraniano arcigno, taciturno che obbligava il figlio di 7 anni a estenuanti sedute di allenamenti nel campo dietro casa. L’avversario di tante fatiche era il“drago”, una vecchia macchina sparapalle della Prince comune a quella di un qualsiasi circolo sportivo americano, ma che per il piccolo Andre è un mostro malvagio“una creatura vivente uscita da uno dei miei fumetti. Il drago respira, ha un cervello, una volontà, un cuore nero – e una voce terrificante”. Lunghi mesi sotto il sole desertico a ributtare in là quel mare di palline gialle che il drago sputava e rifagocitava come un orrido Leviatano, le pressioni paterne, le umiliazioni dopo le rare sconfitte e una gioventù negata. Tutto questo affinché Agassi diventasse un giorno il tennista più forte del mondo. E in effetti, nel gioco paradossale del destino, il più forte lo è diventato davvero – ma al prezzo di aver finito perdetestare il tennis e tutto ciò che rappresenta“Odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato” recita la prima pagina del suo libro.

Soffermiamoci poi su una delle storie più buie del tennis femminile: quella di Mjriana Lucic. Il suo caso è noto, come del resto quello analogo di Jelena Dokic: giovani tenniste che sono dovute scappare dai rispettivi padri perché vittime di abusi. Entrambe le ragazze sin da piccole hanno avuto carriere sfolgoranti. Lucic, dopo aver vinto da junior Us Open e Australian Open, nel 1999 – a soli 17 anni – raggiunge la semifinale di Wimbledon battendo in serie Monica Seles e Nathalie Tauziat. Una partenza a mille, che però nascondeva oscuri segreti: le violenze di papà Marinko. Aveva solo 5 anni quando ricevette il primo schiaffone. Il motivo? Quel giorno aveva perso contro una bambina più grande. “Mi colpì al naso, sanguinavo. Ero sotto shock e non capivo più nulla.” Le botte continuavano con una cadenza mortale. Mjriana aveva talento, ma non era abbastanza. La vittoria doveva essere la norma. Ogni insuccesso veniva punito tramite l’atroce appuntamento con una scarpa: una logora Timberland, con la quale il padre la colpiva ripetutamente, ma solo in certe zone del collo – in modo da non lasciare segni visibili. La tennista croata racconta il suo momento più tragico, avvenuto dopo la sconfitta in un torneo giovanile di Milano, dove peraltro raggiunse la semifinale. “Appena tornammo a casa a Zagabria mi portò in bagno e mi colpì per quaranta minuti con quella solita scarpa. Poi mi asciugò le lacrime e mi disse di andare a comprarmi un gelato”. La situazione era diventata insostenibile: nel 1998 lei e la madre hanno il coraggio di scappare e trovano rifugio presso la casa dell’amico Ivanisevic.“Goran mi ha salvato la vita” spiegherà poi Mjriana. L’incubo era finito, anche se la sua carriera sarebbe stata definitivamente compromessa dai fantasmi del passato. La depressione, gli psicofarmaci, l’idea di abbandonare il tennis e i lunghi pomeriggi trascorsi sul divano davanti alla televisione. Ma a tutto vi è rimedio. Nel 2006 Mjriana decide di ritornare a competere, partendo dai piccoli tornei di provincia. E’ una sensazione nuova, per lei: più passa il tempo e più vuole giocare. Per il puro piacere di farlo. Le vittorie arrivano, il ranking sale, si delineano i contorni dorati di unanuova rinascita“Quando riprendi a giocare dopo tanto tempo speri di riprendere da dove avevi lasciato, ma non è così. Mi mancava soprattutto la fiducia. Ho faticato molto per riconquistarla, ma adesso ci sono riuscita e tiro finalmente i miei colpi senza paura”. Ed è proprio con quella totale mancanza di paura che riesce a conquistare, quest’anno, gli ottavi a Wimbledon, dove batte la top ten Marion Bartoli. Su quei verdi prati che tredici anni prima l’avevano vista sconfiggere la Seles. Ma questo successo ha un sapore più dolce, perché soltanto suo. Il volto spigoloso, gli occhiali e la treccia bionda che la rendono più simile a una veterana compassata che alla giovane stellina di un tempo ce la mostrano finalmente come una donna libera. Libera di giocare, vincere o perdere in modo sereno, senza che un pugno o una carezza la premi o la condanni.

Tralasciando i casi-limite, per fortuna esistono molti esempi più felici. Si veda il rapporto idilliaco tra Caroline Wozniacki papà Piotr, che ha resistito nonostante la recente crisi professionale dell’ex numero 1 al mondo. Oppure si pensi alla fruttuosa collaborazione tra Li Na e il consorte Jian Shan, che ha portato la cinese ad alzare il trofeo del Roland Garros (sebbene recentemente lei lo abbia “scaricato” in favore dell’ex-coach dell’Henin, Carlos Rodriguez: meglio cambiare, no?). E che dire della strana coppia Marion e Walter Bartoli, che ha divertito per anni gli appassionati con ripetuti battibecchi e sedute di allenamento non del tutto ortodosse? Per finire, ricordiamo l’inflessibile e rude zio Toni Nadal, per cui Rafael non risparmia nulla nella sua autobiografia: “Con me è sempre stato durissimo, pretendeva un sacco da me, mi creava una pressione tremenda, mi gridava parolacce e mi impauriva – specie quando eravamo da soli. Quando arrivava lui provavo sempre uno nodo allo stomaco” ma aggiunge subito dopo: “Devo solo ringraziarlo. Se ora sono quello che sono è merito suo”.

Come abbiamo visto da questi pochi esempi (ma ne potremmo elencare molti altri) il sodalizio che si instaura tra coach e atleta travalica spesso il mero rapporto professionale. A volte si creano profonde amicizie, altre volte possono nascere delle storie d’amore (vedi il recente flirt tra Patrick Mouratoglou e Serena Williams). Infine, possono degenerare in incubi. Il mestiere del coach è uno dei più difficili al mondo. Perché l’obiettivo di ogni istruttore di tennis dovrebbe essere questo: formare il proprio allievo – che sia un bambino di un circolo di periferia o un maturo campione pluriblasonato – senza fargli mai dimenticare la bellezza di questo grande sport.
Articolo pubblicato su tennis.it

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