Le buone ragioni di Roger Federer

Le buone ragioni di Roger Federer

L’annuncio che lo svizzero salterà il Roland Garros non è stato sorprendente. Senza preparazione specifica, aveva poco senso andare a Parigi.

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Roger Federer dunque non giocherà al Roland Garros. Chi aveva pensato che, pur saltando tutta la stagione di preparazione sulla terra rossa, lo svizzero avrebbe fatto ritorno a Parigi è stato smentito. Alla tentazione affascinante di misurare la propria condizione fisica, tecnica e mentale nello slam a lui più ostico – e forse anche per questo più accattivante – ha prevalso la ragione di tener fede al programma prestabilito.

Ma, si chiedono in molti, ha fatto bene o ha fatto male? Difficile stabilirlo adesso, impossibile farlo dopo. Difficile perché solo Roger e il suo staff sanno come sta procedendo il recupero dopo il mirabolante inizio di stagione e, anche se gli innumerevoli tifosi dell’elvetico vorrebbero sempre vederlo in campo, l’imminenza tra lo slam francese e la breve ma intensa stagione sull’erba hanno obbligato Federer, che si avvia a compiere 36 anni, a scegliere la strada più sicura.

Dopo la faticosa ed esaltante doppietta Indian Wells-Miami, Roger aveva messo le mani avanti annunciando che, comunque, sulla terra avrebbe giocato poco se non niente del tutto. Scontata l’assenza a Montecarlo (troppo vicino in calendario ai due 1000 statunitensi), si ipotizzava che almeno uno tra Madrid e Roma lo svizzero li avrebbe giocati – e in questo caso il torneo spagnolo pareva preferibile sia per condizioni di gioco che per lontananza maggiore dal Roland Garros, anche se Roma poteva stimolare in Federer il desiderio di andarsi a prendere uno dei due soli grandi tornei che mancano al suo palmares – e invece il 18 volte campione slam ha preferito disputare qualche match di beneficenza e ricaricare le batterie in vista del prossimo obiettivo: Wimbledon.

Del resto, arrivato a questo punto Federer gioca per divertirsi e per vincere. I risultati ottenuti da Melbourne in poi gli hanno peraltro garantito un’iniezione di fiducia a livello psicologico che sarebbe stato quantomeno poco oculato andare ad intaccare partecipando – senza un’adeguata preparazione – al major per certi versi più duro. Sette incontri al meglio dei cinque set non sono uno scherzo e se lo stesso Nadal (che, ricordiamolo, ha cinque anni in meno e da sempre cerca di sfruttare in pieno il periodo in cui si gioca sulla sua superficie preferita) dopo Madrid ha dichiarato di sentirsi stanco, è ipotizzabile che la prospettiva per Federer non sia stata delle più invitanti.

Peraltro, oltre allo stesso maiorchino, i potenziali avversari temibili per Roger si sarebbero moltiplicati sul rosso (Thiem, Zverev, Del Potro, giusto per fare tre nomi) senza contare che sia Murray che Djokovic prima o poi torneranno ai loro livelli abituali. Insomma, chi glielo faceva fare a Federer di andare a Parigi ben sapendo che, al 90%, non sarebbe riuscito ad alzare il trofeo e, magari, sarebbe tornato a perdere con il rivale di sempre, nei confronti del quale ha invece accumulato nelle ultime tre sfide un vantaggio psicologico che potrebbe tornargli utile fin da Wimbledon?

Per finire, quando un grande campione salta un grande torneo, entrambi perdono qualcosa. È probabile che, se i risultati dei primi mesi non fossero stati così esaltanti, tanto da convincere lo stesso Federer sulla sua competitività (messa in dubbio dalla sosta forzata della scorsa stagione), lo svizzero avrebbe partecipato a un paio di 1000 e al Roland Garros, magari in cerca di buone sensazioni e di punti. Invece, paradossalmente, gli exploit australiani e americani devono avergli fatto capire che, pur dovendo sacrificare Parigi, forse i titoli importanti non sono ancora finiti e se questo periodo di riposo lo metterà nelle condizioni di essere estremamente competitivo a Wimbledon, Us Open e alle ATP Finals, non gli si può certo dare torto.

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