Da 10 a 0, i voti degli US Open 2018 a cura di Tennis Fever

Da 10 a 0, i voti degli US Open 2018 a cura di Tennis Fever

Dai vincitori Djokovic e Osaka all’arbitro coach, dalla sfuriata di Serena all’eliminazione di Federer, dalle delusioni italiane alle vecchie conferme – A cura di Tennis Fever.

di Stefano Cagelli e Marco Bottini

Diciamolo subito, non sono stati gli US Open più belli di sempre. Almeno dal punto di vista dello spettacolo offerto dai protagonisti sul campo, era lecito attendersi qualcosa in più. Ciò che invece si può affermare con relativa certezza è che stiamo parlando di uno dei tornei più duri della storia. Il caldo asfissiante e la fisicità esasperata sono stati decisivi in questo senso. E’ normale che, in queste condizioni, a trionfare siano i robot…

Cerchiamo di mettere in ordine, con un pagellone da 10 a 0, il meglio e il peggio di queste due settimane di torneo a Flushing Meadows.

10 (ex aequo) – Novak Djokovic e Naomi Osaka

C’è poco da fare, chi vince ha sempre ragione. Il serbo, dopo il ritorno di Wimbledon e la conferma di Cincinnati, torna ufficialmente dominatore del circuito, grazie alle sue qualità storiche: regolarità, risposta, difesa, precisione, un mix perfetto per un giocatore di tennis. L’inizio di torneo non è stato esaltante, a dire il vero. Nole ha sofferto tantissimo il caldo e, specie nel match d’esordio contro Fucsovics, ha rischiato seriamente di salutare New York anzitempo. Il suo è stato un crescendo: dal terzo turno al trionfo finale non ha lasciato neppure un set, una macchina. 14 Slam (come Sampras) dietro solo Nadal e Federer, che ormai sentono il fiato del serbo sul collo.

Quello di Naomi Osaka è stato il torneo dei sogni. Il sogno di giocare una finale contro Serena Williams e il sogno di vincerla (alla grande). Peccato per la sceneggiata finale tra il suo idolo di gioventù e l’arbitro Carlos Ramos, ma ciò non toglie che la prima giapponese a vincere un torneo del Grande Slam abbia giocato quindici giorni di tennis di grandissimo livello, con una solidità impressionante. A 21 anni ancora da compiere, si propone come nuova stella del firmamento del tennis mondiale femminile. Fantastica.

9- Del Potro, sconfitto ma felice

Grandissimo torneo per l’argentino, che raggiunge la finale e si conferma l’uomo che in assoluto, in questo momento, si avvicina di più al gotha dei big three. La sconfitta finale contro Djokovic non toglie nulla al Martello di Tandil, che ha messo in mostra un tennis sempre più completo, trainato ovviamente dal suo servizio e dal miglior dritto del circuito, uno dei migliori di sempre. Perde la posizione numero 3 del ranking a beneficio di Nole, ma rimane al numero 4. Il posto giusto per lui in questo momento. E poi lo spettacolo che porta sulle tribune, con la sua barra argentina, è inarrivabile!

USA TENNIS US OPEN 2018

8- Nadal-Thiem, la partita più bella del torneo

Di gran lunga la miglior partita del torneo, almeno a livello maschile. Quasi cinque ore di battaglia senza sosta tra il numero uno del mondo (che nella partita successiva, in semifinale contro Del Potro, sarà costretto al ritiro, il che rende la sua partita contro Thiem ancora più epica) e il venticinquenne austriaco, che sembra aver svoltato la sua carriera anche sul cemento. Di Dominic, infatti, si è sempre parlato un gran bene, addirittura considerandolo un possibile numero uno del futuro, ma ha sempre mostrato il grande limite di essere super-competitivo solo sulla terra. Da questi US Open in poi, per lui, la storia può cambiare. Peccato che abbia incontrato sulla sua strada un Rafa in versione gladiatore, che fino all’ultimo ha lottato contro i suoi problemi fisici e ha portato a casa la partita del torneo.

7- Isner e Nishikori, premio al lavoro

Allora, qui stiamo parlando di due giocatori che più opposti non si può. Parliamo anche di due livelli di tennis diverso, con il giapponese una spanna sopra l’americano. Ma vogliamo premiare il loro torneo, con lo stesso bel 7, per quanto John Isner e Kei Nishikori (che hanno raggiunto, rispettivamente, per le seconda volta i quarti di finale e per la terza volta le semifinali) hanno fatto vedere in campo. Long John, a 33 anni suonati, sta probabilmente giocando il miglior tennis della sua carriera (a Wimbledon ha raggiunto la semi proprio quest’anno) e Project 45 (chiamato così perché l’obiettivo della sua carriera era quello di superare la 46esima posizione del ranking Atp, il miglior risultato di un tennista giapponese fino al suo arrivo) ha dimostrato che, se sta bene, è stabilmente da top 10, forse anche da top 5. Peccato per quella semifinale contro Nole, in cui è stato letteralmente strapazzato.

6- Serena Williams, una media tra campo e bordocampo

Poteva essere il suo 24esimo torneo del Grande Slam, poteva eguagliare il record assoluto di Margaret Court Smith, poteva essere il suo definitivo ritorno sul tetto del mondo. Invece il torneo di Serena Williams è terminato nella maniera peggiore possibile. E il nostro 6 è la media tra un 9 per quello visto in campo, dove è mancato solo l’acuto finale, e il 3 per quello a cui invece il mondo ha dovuto assistere, quando la 37enne ha completamente “sbroccato” contro il giudice di sedia Carlos Ramos. Il 3 non è uno 0 solo perché durante la premiazione ha fermato la contestazione del pubblico e chiesto di sostenere la povera Naomi Osaka, che aveva appena vinto il suo primo Slam e sembrava che fosse stata investita da un treno in corsa.

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5- Roger Federer, siamo a fine corsa?

Il torneo dello svizzero non può meritare la sufficienza, perché quando il numero due del mondo esce contro il numero 55 significa che c’è qualcosa che non va. Certo, c’è la scusante del caldo micidiale, che Roger ha detto di non essere riuscito a sopportare. C’è la partita perfetta giocata dal coriaceo John Millman (che aveva già eliminato Fognini al secondo turno). C’è il grande rimpianto di aver giocato un sedicesimo contro Kyrgios di altissimo livello. Però è pur vero che lo stesso Federer ha ammesso di aver giocato in passato in condizioni climatiche anche peggiori e il Millman è stato preso a pallate da Djokovic nel turno successivo. La vera domanda, a questo punto, è: riusciremo a rivedere Roger competere per i massimi trofei, soprattutto con il ritorno di Djokovic ai livelli pre-2016? La risposta può far paura, ma non dobbiamo mai dimenticare che stiamo parlando di un signore che, a 37 anni, è considerato il massimo interprete della storia di questo sport e detiene il mostruoso record di 20 Major vinti (contro i 16 di Nadal e i 14 di Nole).

4- Next Gen? Next time!

Per i giovani leoni, o presunti tali, non è ancora tempo di insidiare i “vecchietti” che continuano a dettare legge. Per i vari Shapovalov, Tiafoe, Tsitsipas e Aliassime le possibilità di arrivare in fondo ai grandi tornei sono ancora ridotte al lumicino. Un po’ meglio, anche se non stiamo parlando tecnicamente di Next Gen, i russi Medvedev e Khachanov (che ha fatto soffrire molto Nadal) e il croato Coric, eliminato agli ottavi di finale da Del Potro. Staremmo parlando invece di un Next Gen quando spostiamo il focus su Sasha Zverev, classe 1997, sicuramente il più precoce (e probabilmente il più forte) della sua generazione. A differenza dei suoi coetanei, il russo-tedesco ha già portato a casa ben 9 tornei, di cui 3 master 1000. Quando si parla di Major, però, scatta qualcosa che lo blocca a livello mentale e su cui il suo coach Ivan Lendl avrà molto da lavorare.

3 – Il grande caldo e la gestione dell’extreme heat policy

Difficile dare un voto al clima. Più semplice darlo all’organizzazione degli US Open che, nei momenti peggiori legati al grande caldo, si è mostrata troppo sorpresa e poco decisa. Diverse partite si sono giocate in condizioni estreme, tanto da portare a una quantità mai vista di ritiri. La gestione degli orari in cui applicare la cosiddetta extreme heat policy è sta a volte dissennata. Per fortuna l’emergenza è durata solo la prima settimana e nella seconda – quando è arrivata la pioggia, con una concentrazione di partite al giorno molto più bassa – si è potuto approfittare delle coperture sia dell’Arthur Ashe che del Louis Armstrong.

2 – Italian Flop

Poteva essere una grande spedizione, quella dei tennisti italiani a New York. Si è però troppo presto trasformata in un naufragio collettivo. Nessuno degli otto inseriti nei tabelloni principali (sette nel maschile, una, Camila Giorgi, nel femminile) ha superato il secondo turno. La delusione principale rimane quella che porta il nome di Fabio Fognini, testa di serie numero 14 (che dopo il torneo eguaglierà il suo best ranking in posizione numero 13, scherzi dell’Atp), che non è stato in grado di eliminare John Millman. Delusione che l’eliminazione di Federer, sempre per mano dell’australiano, non è certo riuscita a mitigare. Ancora peggio di lui ha fatto l’altra testa di serie italiana, Marco Cecchinato, eliminato al primo turno da Benneteau. Ci si aspettava qualcosa di più anche da Matteo Berrettini, capace quest’anno di vincere il suo primo torneo Atp.

1- L’inspiegabile ecatombe delle teste di serie femminili

A Wimbledon le prime 10 del seeding erano state spazzate via alla prima settimana. Qui almeno la Pliskova e la Stephens sono arrivate fino ai quarti mentre la Svitolina erà già uscita di scena agli ottavi. Ma il concetto non cambia. Un fenomeno abbastanza curioso e difficile da spiegare, se non per il fatto che, ormai da anni, Williams a parte, nel circuito femminile regna un grande equilibrio. Però, certo, vedere impallinate le teste di serie con questa regolarità non è proprio un bello spettacolo. L’esplosione della Osaka e il prossimo ritorno di Serena in top ten contribuiranno a ridare un po’ di certezze perdute.

0- Il protagonismo inutile di Lahyani, l’arbitro che voleva fare il coach

Oggettivamente la scena di Mohamed Lahyani, l’arbitro svedese, che scende dalla sua sedia per andare a fare un discorso motivazionale a Nick Kyrgios, che risulterà decisivo (almeno per la partita in questione), è uno dei momenti più bassi del torneo. Alla luce anche di quanto successo nella finale femminile per un coaching ravvisato a Serena Williams, il gesto del giudice di sedia è da considerarsi sbagliato e dettato da un’inutile voglia di protagonismo di Lahyani. Un brutto teatrino, speriamo – come dice Federer – che non si ripeta.

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