Dopo oltre un anno dal ritiro definitivo dal tennis professionistico, Andy Murray continua a essere un protagonista del mondo della racchetta. L’ex numero uno britannico ha recentemente raccontato la sua esperienza come allenatore di Novak Djokovic, rivelando alcuni retroscena del suo periodo nel team del campione serbo.
La sorprendente collaborazione tra Murray e Djokovic
Quando Murray ha deciso di unirsi al team di Djokovic, la notizia ha colto di sorpresa molti appassionati e addetti ai lavori. Per anni, i due sono stati rivali diretti sui campi da tennis, protagonisti di alcune delle sfide più memorabili del circuito. Dopo il suo addio alle competizioni, avvenuto ai Giochi Olimpici di Parigi, Murray ha però scelto di restare vicino al tennis in una nuova veste, iniziando una collaborazione con Djokovic durata circa sei mesi.
Durante questo periodo, Djokovic ha partecipato all’Australian Open, dove si è fermato in semifinale a causa di un infortunio che lo ha costretto al ritiro contro Alexander Zverev. Ha poi raggiunto la finale del Miami Open, senza però conquistare il titolo. La sua “crisi di trofei” si è interrotta soltanto dopo la separazione da Murray, quando ha vinto il Geneva Open.
Le difficoltà del ruolo di allenatore
In una lunga intervista a The Tennis Mentor, Murray ha spiegato come questa esperienza lo abbia messo di fronte a nuove sfide personali e professionali. L’ex tennista scozzese ha sottolineato quanto sia diverso giocare rispetto ad allenare, soprattutto quando si lavora con un campione come Djokovic.
“Uno dei problemi principali per molti ex giocatori è la parte tecnica del coaching. Quando Novak mi chiedeva molte informazioni tecniche, non mi sentivo molto a mio agio” ha confessato Murray.
Secondo il britannico, la maggior parte degli allenatori che lavorano nel circuito professionistico tende a concentrarsi su strategie e tattiche piuttosto che sulla tecnica pura, perché a certi livelli è raro modificare il gesto tecnico di un atleta già formato. “I coach che lavorano con i più giovani sono più abituati a questo tipo di lavoro e spesso sono più bravi dei coach del circuito su questo aspetto” ha spiegato Murray.
Una carriera piena di lezioni
Oltre a raccontare la sua recente esperienza da coach, Murray ha riflettuto anche sulle lezioni più dure apprese in carriera. Ha ricordato, ad esempio, uno dei momenti più difficili: la pesante sconfitta subita da Roger Federer nella finale delle ATP Finals all’O2 Arena di Londra. “Non ricordo se fu 6-0 5-0, sicuramente era 6-0 3-0 prima che vincessi il mio primo game. È stato uno dei momenti in cui mi sono sentito più umiliato in carriera” ha raccontato.
Nonostante questi episodi, Murray considera il tennis un grande maestro di vita. “La maggior parte delle settimane perdi. Anche i migliori, se vincono cinque tornei su venti, è una stagione eccezionale. Le altre settimane, perdi, ed è così che funziona questo sport”, ha osservato con realismo.
Progetti futuri: tra business e giovani promesse
Attualmente, Murray lavora come partner associato presso Redrice Ventures, una società di venture capital con sede a Londra. Non esclude però un ritorno nel mondo del coaching, magari seguendo una giovane promessa britannica, con l’obiettivo di colmare le lacune tecniche che ha individuato nel suo primo tentativo da allenatore. “Se dovessi tornare ad allenare, mi piacerebbe imparare da qualcuno molto bravo nella parte tecnica, per migliorare in quell’aspetto”, ha concluso.
Con Djokovic pronto a tornare in campo per gli US Open, Murray osserva da lontano ma con attenzione, senza escludere in futuro un nuovo ruolo da protagonista, questa volta fuori dal campo.


