Nick Kyrgios, il ribelle del tennis tra gloria, dolore e redenzione: “Avrei potuto vincere Wimbledon”

Nick Kyrgios racconta il suo rapporto con Wimbledon tra successi, crisi psicologiche e un titolo sfiorato contro Djokovic. Un viaggio umano e sportivo tra dolore e redenzione.
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Il fascino contraddittorio di Wimbledon

Per Nick Kyrgios, Wimbledon è molto più di un torneo: è il luogo dove ha toccato con mano il sogno e affrontato i suoi incubi. Lì è esploso nel 2014 battendo Rafael Nadal a soli 19 anni, mostrando un talento puro e irriverente. “Era come essere in cima al mondo del tennis. Se arrivi su quel campo, davanti alla Royal Box, tutto il viaggio vale la pena”, ricorda oggi. Ma è anche il palcoscenico che ha fatto da sfondo ai suoi momenti più bui, come quando giocò contro Nadal nel 2019 dopo essere stato ricoverato in un reparto psichiatrico la notte prima.

Il prezzo della fama

Kyrgios non si è mai adattato al rigido protocollo del tennis tradizionale. “Mi sento come un pupazzo di neve nel deserto a Wimbledon”, confessa. Il suo approccio anticonvenzionale, il suo linguaggio schietto e le polemiche continue lo hanno trasformato in un personaggio controverso, spesso criticato ma anche amatissimo. A chi lo accusa di non essere un esempio per i giovani, risponde con orgoglio: “Chi dice che non sono un modello non sa cosa passo ogni giorno. Ricevo messaggi da ragazzi con pensieri suicidi che mi dicono che sono l’unico motivo per cui stanno cercando di risalire”.

Dietro l’immagine del “bad boy”, infatti, c’è un uomo che ha affrontato battaglie interiori devastanti. Ha ammesso pubblicamente di aver lottato con la depressione, l’abuso di alcol e l’autolesionismo. È stato Andy Murray, uno dei pochi colleghi ad accorgersene, ad offrirgli aiuto nei momenti più difficili.

Il rimpianto del titolo mancato

Il 2022 è stato il suo anno d’oro, segnato dalla finale di Wimbledon persa contro Novak Djokovic. Un match combattuto, che Kyrgios sente ancora di avere avuto a portata di mano: “È stato solo questione di pochi punti. Se mi fossi comportato diversamente, avrei un titolo di Wimbledon. Ma non c’è vergogna nel perdere contro il più grande di sempre”. E aggiunge: “Ci penso spesso. Mi chiedo cosa avrei potuto cambiare. Prepararmi meglio? No, mi ero preparato benissimo”.

In quel torneo ricevette anche una convocazione in tribunale per un’accusa di aggressione contro la sua ex compagna, poi archiviata senza condanna. In un comunicato, Kyrgios spiegò: “Non ero in un buon momento e ho reagito male a una situazione difficile. Mi dispiace profondamente per il dolore causato”.

La nuova voce del tennis (ma non per la BBC)

Fuori dal campo, Kyrgios ha trovato nuova energia nel commento sportivo e nel suo podcast “Good Trouble”, dove ospita personalità come Mike Tyson, Naomi Osaka o Matthew McConaughey. Il suo stile diretto e autentico ha conquistato molti fan, ma non la BBC, che non l’ha incluso nella squadra dei commentatori di Wimbledon 2025. “Strano che non vogliano uno che ha battuto Federer, Nadal, Murray e Djokovic. Ma forse è una perdita più loro che mia”, dice con la consueta franchezza.

Futuro incerto ma ancora possibile

A causa degli infortuni, Kyrgios salterà Wimbledon per il terzo anno consecutivo, ma punta con decisione alla tournée americana: “Giocherò sicuramente gli US Open, prendo le cose giorno per giorno”. A 30 anni, il suo corpo è provato, ma la voglia non è finita. “Ho ancora uno o due slam nelle gambe”, assicura.

Nel frattempo, osserva con ammirazione le nuove leve, in particolare Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. “Sono due colossi, hanno spinto il livello a un punto mai visto prima. Alcaraz ha lo stesso X-factor di Federer, Nadal e Djokovic”. E proprio su Alcaraz scommette per la vittoria a Wimbledon 2025.

Il valore degli errori

Nonostante tutto, Kyrgios non rinnega nulla. “La vita è troppo breve per i rimpianti. Se togli un solo tassello, tutto crolla. Ogni errore mi ha fatto diventare la persona che sono oggi”. Tra polemiche, fragilità e lampi di genio, Nick Kyrgios resta una figura irripetibile del tennis moderno. Una voce dissonante, certo, ma necessaria.

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