I WAS MADE TO HIT IN AMERICA: I nomi, vecchi e nuovi, in ballo per l’American Dream

I WAS MADE TO HIT IN AMERICA: I nomi, vecchi e nuovi, in ballo per l’American Dream

Ohio, “bel fiume”. Così i Cherokee definirono questa terra del Midwest, ai giorni nostri detto il “Buckeye State”. Già, perché l’atmosfera che si respira è di freschezza, di novità e, appunto, di dietro le quinte di un grande show.

di Lorenzo Cialdani, @LorenzoCialdani

Tennis. Cosa c’è di meglio di una boccata d’aria fresca non vecchio, ciclico universo del tennis? Cosa c’è di meglio di un po’ di sana verve americana, dal popolo che nel bene e nel male lo spettacolo l’ha inventato e sviluppato fino all’inverosimile? 

Il pubblico nettamente diviso nel tifo a qualsivoglia partita, con le grida di supporto e le esclamazioni di stupore che riecheggiano forti, dal Center Court ai campetti adiacenti. Gli hot dog sugli spalti e la “Kiss Cam” durante ogni cambio campo, degna del migliore spirito di festa a stelle e striscie. Ogni tanto fa piacere cadere nel sano vortice di chi, magari senza fragole e champagne, senza i canonici “shhhhh” di casa nel vecchio continente, sa pensare a divertirsi ed a lasciare a chi vive tali settimane da protagonista anche un velo di popolarità in più. Negli U.S.A. Ogni discussione con il giudice di sedia è accolta quasi da un’ovazione, e gli stessi direttori di gara sono personaggi pubblici tanto quanto i tennisti.

Aria di festa, dunque, ma anche di grande tennis.

A Cincinnati non si è presentato Rafael Nadal, e con lui una lunga schiera di medio-lungo degenti quali Alex Dolgopolov, Nicolas Almagro, Tommy Haas, Kei Nishikori e ultimo, in termini cronologici, Richard Gasquet, fermato da problemi addominali già in occasione del terzo turno dello scorso torneo di Toronto. Le gerarchie sono inevitabilmente cambiate grazie a queste assenze e, sebbene abituarsi al “duro” non sia un’operazione così complicata come può esserlo per altre superfici, resta ancora da capire quanto possa essere responsabile la pretattica dei risultati degli ultimi giorni, con gli Open americani che si avvicinano e le forze che vengono un po’ a mancare, come sempre, dopo una lunga e logorante stagione vissuta di corsa tra i quattro angoli del globo.

A Toronto poteva starci di tutto anche se alla fine le premesse di massima sono state rispettate. A Cincinnati i big dovrebbero aver preso bene le misure, ed invece arrivano i risultati che non ti aspetti, quelli malevoli per ogni tipo di schedina sportiva e per ogni ambizioso programma di impegni e classifica. Solo nella scorsa notte italiana, durante la quale hanno avuto luogo quasi tutti gli incontri valevoli per il terzo turno, sono stati molti i favoriti che hanno dovuto scampare il pericolo con grande fatica, così come diversi di loro hanno dovuto riprendersi armi e bagagli e salutare il “Western and Southern Open”.

Di risultati, come sempre, si parla anche troppo appena qualche minuto dopo la fine di ogni partita: fuori Dimitrov, Berdych e Gulbis, che si vanno ad aggiungere al fresco vincitore in terra canadese Tsonga.

Se per quest’ultimo si può facilmente comprendere un calo fisiologico dopo le fatiche di Toronto, per gli altri tre si va incontro all’allarme rosso, con Dimitrov che ha si raggiunto i quarti la settimana scorsa, ma non sembra aver ritrovato quel gioco d’attacco spumeggiante che poteva vantare sull’erba e tante soddisfazioni gli ha dato, tra la vittoria al Queen’s e la semifinale a Church Road.

Tomas Berdych è sempre stato il simbolo del valore del duro lavoro, con la costanza a fungere da dogma e con la forza bruta a sopperire ogni minimo calo di rendimento; se il buon N.1 ceco non troverà soluzioni nell’immediato forse sarà costretto a rivalutare la sua preparazione e l’approccio alla singola gara che, a dirla tutta, sembra il vero e proprio problema che si ritrova ad oggi.

Ernests Gulbis pare “in vacanza da una vita”, scomodando una nota cantante fiorentina: dall’exploit al Roland Garros, che gli ha dato l’accesso nella Top10, la macchina sembra essersi inceppata e l’eclettico N.12 del mondo sembra annaspare più del solito su di una superficie che non è mai stata il suo punto debole, anzi.

Per il torneo si prospettano dei quarti di finale così composti: Djokovic-Youzhny, Cilic-Janowicz, Raonic-Lu e Murray-Federer. Semifinali? Djokovic-Janowicz e Raonic-Murray. Finale? Djokovic-Murray, con lo scozzese che potrebbe ritrovare la vittoria in un 1000. Troppa fantasia forse?

Visto e considerato che molti nella Top20 non si presenteranno a Winston Salem la prossima settimana, non resta poi molto tempo per valutare il loro effettivo stato di forma, e se a parlare devono essere questi ultimi risultati, allora non c’è molto di cui stare tranquilli. Le “young guns” stanno arrivando, piano piano, e l’età media dei Fab Four sta aumentando vertiginosamente, con la continuità di risultati di questi ultimi che potrebbe sensibilmente diminuire.

Si sa come nel tennis tutto sia in grado di cambiare anche nel corso di un singolo torneo o magari in pochi travagliati mesi: prendiamo queste defezioni come qualche semplice passaggio a vuoto senza darsi agli allarmismi, ma diamo un’occhiata al prossimo futuro come una prova generale degli anni che saranno, con la classe ’90 che si dovrà dare molto da fare per subentrare ai tennisti della “New Golden Era” e che dovrà ritagliarsi un proprio posto nella storia.

Dunque, come sempre, siamo in attesa: in attesa di goderci qualche exploit degno di nota e di vedere qualcuno dei meno noti imporsi sempre più spesso nei torneo “che contano”. Aspettando le sorti d’America, cercando chi riuscirà a trovare la propria di America.

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