TennisCircus intervista Giorgio Tarantola

TennisCircus intervista Giorgio Tarantola

Abbiamo avuto la fortuna di intervistare Giorgio Tarantola, monzese e noto in tutto il circuito come direttore di molti tornei. Proprio questa settimana è impegnato nel Challenger di Genova, dichiarato il miglior torneo del circuito minore.

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Abbiamo avuto la fortuna di intervistare Giorgio Tarantola, monzese e noto in tutto il circuito come direttore di molti tornei. Proprio questa settimana è impegnato nel Challenger di Genova, dichiarato il miglior torneo del circuito minore. Il tennis è stata parte integrante della sua vita, dapprima come arbitro in tutti i più importanti tornei del mondo, sia individuali che a squadre come la coppa Davis.

Il suo trampolino di lancio è stato il torneo di Lugano e da lì ha preso inizio la sua carriera di direttore di tornei. Nel nostro sport è diventato molto conosciuto e molto apprezzato. Ci confessa il suo dissenso per l’abolizione della seconda di servizio e una sua speranza di un ritorno a vestirsi di bianco.

Ciao Giorgio, grazie per aver accettato il nostro invito. Raccontaci quando e come è avvenuto il primo impatto col nostro sport

“Il primo impatto è avvenuto molto presto. Ero bambino, probabilmente avevo 4 o 5 anni e ho iniziato prendendo in mano una racchetta in legno, una Donnay, che girava per casa. Prima contro un muro, poi le prime partite in cortile e poi finalmente verso i 6/7 anni in un campo vero.”

Sei direttore di molti tornei. Come è iniziata è la carriera in questo ruolo?

“Ho fatto per moltissimi anni l’arbitro, ero talmente appassionato che, intorno ai vent’anni avevo deciso di fare un corso da giudice di sedia per conoscere meglio le regole del nostro sport. Ero studente e ho iniziato come arbitro nazionale, arbitravo tantissimo e mi sono trovato rapidamente ad essere chiamato per fare gli esami da internazionale. Ho avuto un’ottima accoglienza e sostegno da parte dell’Atp e mi sono trovato a 23 anni ad arbitrare nei tornei Atp, a 24 il primo slam in Australia, a 27 Wimbledon e le Olimpiadi di Atlanta 96. Ho fatto vent’anni così, arbitrando centinaia di tornei e migliaia di incontri.

Fino al 2008 quando iniziavo ad essere stanco di girare soprattutto perchè non avevo più nuove sfide. Ero molto amico degli organizzatori del Torneo di Lugano, avevano necessità di un ricambio e mi hanno proposto di fare il loro direttore. Per me era una grande opportunità. Cogliere una nuova sfida senza dover lasciare un ambiente che rappresentava la mia vita. Il torneo venne particolarmente bene. Avevo la fortuna di aver visto centinaia di tornei dall’altra parte. Potevo attingere dai punti di forza di ognuno e soprattutto conoscevo bene le regole organizzative dell’Atp. Avevo ottimi contatti con tutti i giocatori. Quell’anno riuscii a portare al Challenger ticinese il Top 20 Stan Wawrinka.

Fu un successo.

Dopo quel torneo mi chiamarono per fare il direttore nella mia città, Monza, ad Alessandria, Genova poi Torino. Il torneo genovese è stato strepitoso tanto che l’Atp ci ha premiato come miglior challenger al mondo tra i 153 del tour mondiale.”

Al Challenger di Caltanissetta sei un consulente. Quali sono le differenze tra le mansioni del direttore e quelle del consulente?

“Il direttore del torneo è una figura che godendo della fiducia dell’Atp, dei giocatori e del comitato organizzatore fa in modo tale che le esigenze di ciascuna parte vengano soddisfatte nel rispetto delle regole Atp.

Per cui il direttore si occupa degli orari, della sistemazione alberghiera, dell’allestimento dei campi di gioco, dell’organizzazione dei trasporti, di tutte le richieste dei giocatori, dei raccattapalle, dei giudici, dei campi d’allenamento, del controllo degli spettatori, dell’allestimento della players lounge, dell’addestramento dei fisioterapisti…tutto secondo le regole del circuito Atp.

Il consulente invece è una figura che in un torneo si può occupare di una limitatissima parte. Nel caso di Caltanissetta ero stato contattato per tenere i rapporti con i giocatori.”

Mi sono recato personalmente al Challenger di Torino che si svolgeva a Grugliasco per le semifinali ed ho visto che i campi erano stati incendiati perché erano bagnati. Come Ti è venuta questa idea?

“L’idea l’ho presa dai tornei in Oriente. In particolare in India dopo le piogge torrenziali si usa incendiare il campo per farlo asciugare e compattare rapidamente. L’avevo visto fare dal mio amico Supervisor Atp Carmelo Di Dio. Così a Torino dopo un giorno e una notte di pioggia per iniziare puntualmente sono ricorso a quel sistema. Bisogna avere però una certa tecnica. Si deve incendiare il campo dividendolo in settori limitati e non avvicinarsi troppo alle righe e banner pubblicitari…altrimenti si può ben immaginare cosa succede!”

A Genova abbiamo letto di una entry list molto prestigiosa: Almagro,Mathieu,Brown,Ramos. Raccontaci come è possibile creare una partecipazione così importante

“Prima di tutto bisogna organizzare bene il torneo. I giocatori sono in giro tutto l’anno, nella stessa settimana ci sono più tornei e quindi è logico che a parità di montepremi vadano dove stanno meglio, sia come albergo, ristorante, qualità dei campi, presenza di spettatori, servizi ai giocatori, organizzazione. Inoltre in così tanti anni ho creato un rapporto di fiducia con loro. Poi cerco di creare dei legami tra i giocatori top e il torneo; ad esempio legando gli sponsor del torneo a quelli del giocatore…il resto è il mio segreto.”

Parliamo di cose più ludiche. Tu giochi a tennis oppure per Te è solo un lavoro?

“Giocavo tantissimo fino ai 25 anni. Poi arbitrare centinaia di incontri all’anno hanno fatto sì che quando entravo in un campo da tennis mi sembrava un po’ di lavorare. Avevo bisogno d’altro per distrarmi e così ho iniziato a giocare a golf con i miei colleghi anglosassoni. E diventata la mia passione. Sono un buon prima categoria con handicap 5.”

Sei stato arbitro ATP. Raccontaci qualcosa di quei tempi

“Sono stati degli anni entusiasmanti. Per un appassionato di tennis quanto di meglio si possa vivere.

Ricordo con grande emozione ogni prima volta. La prima volta al Foro Italico, a mio avviso il più bel torneo del mondo, la prima volta in Davis, la prima volta a Wimbledon e la bellezza di vedere il campo deserto qualche ora prima dell’incontro, la mia Olimpiade ad Atlanta e i brividi quando ero nel mezzo dello stadio olimpico con la divisa dell’Italia e l’ultimo tedoforo, Mohammed Alì ha acceso il braciere. La prima volta nel circuito Atp nordamericano. Le grandi emozioni me le hanno date i luoghi leggendari.

Poi quello che mi è rimasto sono le grandi amicizie. I miei cari amici supervisor Atp Carmelo Di Dio e Carlos Sanches, l’arbitro australiano John Blom con cui ogni volta che viene in Europa ci sfidiamo in combattutissime sfide sui green, così come è successo pochi mesi fa con Ivan Lendl, altro appassionato di golf che quando era a Milano per la Grande Sfida è venuto al Golf Club Milano, dove sono consigliere, a ricevere la membership onoraria.”

 Un’ultima domanda. Ti chiediamo cosa pensi della proposta regolamentare di eliminare la seconda palla di servizio.

“Io sono molto conservatore. Credo che la tradizione sia un elemento fondamentale del tennis. Fosse per me si giocherebbe ancora solo in bianco ovunque.”

A cura di Adamo Recchia

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