Andy Murray sul suo ruolo da coach di Djokovic: “Non sono sicuro che mi sia piaciuto”

Andy Murray racconta la sua breve ma intensa esperienza da allenatore di Novak Djokovic: “Non sono sicuro che mi sia piaciuto”. Ecco cosa ha detto su stress, risultati e futuro.
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Un ritorno inaspettato, accanto a un rivale storico

Quando Andy Murray ha accettato di allenare Novak Djokovic alla fine del 2024, in pochi avrebbero immaginato una simile svolta nella carriera dell’ex numero uno britannico. Dopo il ritiro dalle competizioni, Murray ha accettato l’inattesa proposta del campione serbo, dando così vita a una delle collaborazioni più curiose del tennis moderno.

“Abbiamo parlato al telefono e mi ha chiesto se avrei preso in considerazione l’idea di allenarlo, cosa che non mi aspettavo”, ha raccontato Murray durante un evento a Glasgow, dove sta partecipando a un tour nel Regno Unito con il giornalista Andrew Cotter. “Penso sia stata un’opportunità davvero unica. Mi piaceva molto stare a casa, ma ho pensato di provarci e vedere se mi sarebbe piaciuto. Non sono sicuro che mi sia piaciuto”.

Una partnership che non ha portato titoli

La collaborazione tra i due si è protratta per sei mesi, da novembre 2024 a maggio 2025, ma i risultati non sono stati quelli sperati. Djokovic non ha vinto alcun torneo durante il periodo in cui è stato seguito da Murray, nonostante continuasse a rincorrere record storici. Dopo la separazione, però, il serbo è tornato al successo trionfando al Geneva Open, conquistando il suo 100° titolo ATP e diventando il primo tennista a vincere almeno un titolo in venti stagioni consecutive.

Se da un lato questo ha alimentato le voci su una presunta perdita di motivazione del campione serbo, dall’altro ha sollevato interrogativi sulla reale efficacia della breve parentesi con Murray come coach.

Lo stress di allenare una leggenda

In un’intervista a GQ, Murray ha descritto più a fondo le difficoltà del ruolo, ammettendo che l’esperienza è stata tutt’altro che semplice. “Come head coach, quando qualcosa va storto, la responsabilità è tua”, ha spiegato. “Bisogna coordinare tutto: prenotare i campi, preparare le racchette… è decisamente stressante assicurarsi che tutto funzioni perfettamente durante la giornata”.

Per uno come Murray, abituato a vivere da protagonista in campo, trovarsi dietro le quinte di un altro grande campione ha significato affrontare un tipo di pressione diversa, ma non meno intensa.

Una nuova prospettiva sulla carriera

Durante l’evento a Glasgow, Murray ha anche riflettuto sul proprio passato sportivo e sul modo in cui ha vissuto la sua carriera. Ha ammesso con franchezza di non essere mai stato bravo a celebrare i suoi successi, ma ora che ha appeso la racchetta al chiodo, guarda al suo percorso con occhi diversi: “La mia prospettiva è totalmente cambiata quando ho smesso di giocare. Guardo indietro e sono orgoglioso di ciò che ho realizzato”.

Quanto al fatto di essere spesso stato escluso dal club dei “Big Three”, formato da Djokovic, Federer e Nadal, lo scozzese non ha mai nutrito alcuna frustrazione: “Non è qualcosa per cui perdo il sonno la notte. Quello che hanno realizzato loro è di gran lunga superiore a qualsiasi cosa io abbia mai fatto, ne sono pienamente consapevole”.

Futuro incerto, ma porte aperte

Nonostante l’esperienza con Djokovic non sia andata secondo le aspettative, Murray non esclude un ritorno nel mondo del coaching. Per ora, però, preferisce prendersi del tempo, riconoscendo che “ci sono ancora molte cose su cui lavorare”. La sua è stata un’incursione breve ma intensa nel ruolo di allenatore, che ha messo in luce quanto possa essere complesso anche per un ex campione gestire la carriera di un’altra leggenda.

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