Martina Trevisan si racconta: “Il tennis mi ha fatto male, ma ora ho voltato pagina. Sogno uno Slam e la top 100”

Martina Trevisan si racconta: “Il tennis mi ha fatto male, ma ora ho voltato pagina. Sogno uno Slam e la top 100”

La tennista toscana riavvolge il nastro dei ricordi, dallo stop per anoressia appena sedicenne fino alla top 150.

di Sebastiano De Caro, @seba_de_caro

La storia di Martina Trevisan è da romanzo. Ai microfoni del sito ufficiale della Federtennis, la tennista toscana racconta un emozionante capitolo della sua seconda vita, dal brusco stop per un malessere fisico alla rinascita.

Non aveva nemmeno compiuto 16 anni quando la 25enne azzurra giocava regolarmente gli Slam junior, vinceva anche tra le professioniste, lasciando tutti a bocca aperta per la naturalezza e l’eleganza con cui colpiva il dritto mancino. Dietro i grandi risultati, però, si nascondeva qualcosa di terribile, nonostante la perfezione apparante: “Sapevo di non sentirmi bene. Non riuscivo a gestire ciò che avevo intorno, le pressioni, le aspettative che c’erano su di me, quasi l’obbligo di dover vincere sempre. Tutto viaggiava alla velocità della luce e nessuno si accorgeva dei miei problemi. E in quello stesso periodo nella mia famiglia ci sono state delle situazioni particolari. Il tennis era diventato un ambiente nel quale non mi sentivo più a mio agio. Probabilmente ho sbagliato a continuare a giocare fino al punto in cui mi sono persa, smarrita sino ad ammalarmi di anoressia. Mi dovevo allontanare del tennis, altrimenti ne sarei stata travolta“.

Archiviato per qualche anno il mondo della racchetta, la giovane Trevisan ha cominciato a vivere come tutti i coetanei: uscire con gli amici, senza avere l’assillo della programmazione dei tornei. Quando la situazione è tornata sotto controllo il tennis ha di nuovo bussato alla sua porta come era inevitabile che fosse: “Mi chiedevano cosa era successo, perché avevo smesso di giocare a tennis e ammetto che tutte quelle domande un po’ mi infastidivano. Non volevo parlarne e non tutti avevano la sensibilità di capirlo. Sentivo che il tennis non era un capitolo chiuso della mia vita, ma avevo altre priorità in quel momento. Ho deciso di riprendere solo quando sono stata felice di farlo. Insegnavo un po’ a tutti, bambini, ragazzi e adulti e non mi dispiaceva, anzi ero soddisfatta, avevo ritrovato la serenità interiore. Dopo un anno circa però ho cominciato a chiedermi se fosse davvero quella la vita che desideravo. In quel momento ho capito che era giusto riprovarci, che la sfida poteva ripartire“.

Dall’ultima partita disputata in Repubblica Ceca nel 2010, al marzo 2014, quando Martina ha telefonato il responsabile del Centro tecnico federale di Tirrenia erano passati 4 anni: “Gli dissi che volevo tornare e che mi serviva un appoggio per allenarmi. Mi hanno subito accolta e ho ripreso con calma, senza forzare troppo. All’inizio le ragazze più giovani che si allenavano a Tirrenia si chiedevano chi fossi, poi con il tempo si è creato un grande rapporto un po’ con tutte. Non ero più la ragazzina insicura e spaurita di quattro anni prima, ma la giocatrice era sempre la stessa. E anche la passione per questo sport“. Tornando all’attualità, l’azzurra si è guadagnata nel 2017 un best ranking di n. 144, ha vinto 4 tornei da $25.000, giocando anche una finale in un $100.000, e ha sfiorato in tre occasioni la qualificazione in uno Slam. “Ci riproverò – afferma convinta Trevisan – non voglio certo fermarmi, anche se dopo quello che ho passato l’aver raggiunto i tornei dello Slam è un grande traguardo. Se mi guardo indietro mi accorgo che non era facile nemmeno arrivare sin qui“.

Quest’anno la fiorentina classe ’93 ha vinto il primo match nel circuito maggiore a Charleston ed è a ridosso della top 150. Il prossimo obiettivo è ragggiungere un posto tra le prime 100 giocatrici del mondo e Martina Trevisan guarda al futuro con ottimismo, lasciando poco spazio ai rimpianti: “Capita che mi faccia ancora delle domande come è naturale che sia. Ad esempio dove sarei potuta arrivare se non avessi smesso per anni. Poi mi dico che in quel momento era ciò che sentivo e dovevo fare. Le difficoltà mi hanno resa più forte e matura. L’esperienza ti fa crescere e oggi mi rendo conto che perdere una partita non è la fine del mondo. Certo mi girano le scatole, ma ora so che la vita è un’altra cosa“.

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