Le montagne russe di Andrey Rublev

Dopo le vicissitudini che ne hanno minato la continuità, Andrey Rublev è deciso a riprendersi la scena: lo conferma la striscia di 11 successi con cui ha inaugurato la stagione.

di Nicola Balossi

Ci sono le svolte vistose e riconoscibili e poi ci sono quei momenti nascosti, quasi secondari agli occhi dei più, che segnano nel profondo chi li vive: non vittorie o trofei, ma episodi più intimi, snodi cruciali di un percorso. Andrey Rublev racconta con trasporto il proprio ricordo di una partita all’apparenza insignificante ma non per lui, la sconfitta con Moraing del 15 giugno 2019 nelle qualificazioni di Halle: “Una partita drammatica, persa 7-6 al terzo set, che mi ha lasciato ovviamente deluso, ma mi ha anche permesso di apprezzare ciò che avevo dopo quel secondo infortunio che mi ha tenuto fermo un po’. Ho giocato male, ma mi sono detto che dopotutto stavo finalmente giocando, e mi piaceva. Con questa consapevolezza sono andato avanti un passo alla volta, ho vinto un turno a Wimbledon, ho finito bene la stagione”.

Per comprendere il peso specifico di quel momento bisogna fare qualche passo indietro. Andrey Rublev (classe 97) si fa notare con i successi nelle giovanili (French Open Juniores 2014) e si affaccia presto sul mondo professionistico vincendo il suo primo titolo Challenger nel 2016, ma è il 2017 l’anno che lo impone all’attenzione del mondo, con la vittoria del 250 di Umago (battendo prima Fognini e poi Lorenzi), i quarti di finale agli Us Open (perdendo da Rafa Nadal, dopo aver eliminato Dimitrov e Goffin) e la finale alle Atp Next gen di Milano (sconfitto da Chung). Dopo questa stagione, che lo proietta intorno al numero 30 della classifica a soli vent’anni, sono i problemi fisici a complicargli la vita. Una frattura da stress alla schiena rimediata a Montecarlo in un match con Dominic Thiem lo tiene lontano dai campi per tre mesi. È un periodo duro anche dal punto di vista psicologico, a cui fa seguito una lunga fase di risultati deludenti e discontinui. Questa fase di apatia prosegue nella prima parte del 2019 e lo proietta addirittura fuori dalla top 100, fino all’infortunio al polso rimediato in aprile che lo tiene ai box sei settimane e al citato rientro ad Halle.

Da lì il 2019 prende una piega positiva che ha il sapore della rinascita: prima la finale di Amburgo raggiunta battendo Garin, Ruud, Thiem e Careno-Busta, poi la vittoria di Cincinnati su Roger Federer, troppo bella per essere casuale, infine un nuovo titolo 250 in quel di Mosca.

Questa ritrovata fiducia non si dissolve durante la pausa, anzi si rinforza, dando luogo a un inizio 2020 esplosivo: una striscia vincente di undici incontri che frutta due titoli 250 consecutivi (Doha e Adelaide) e il terzo turno a Melbourne. Pur essendo molto giovane, Andrey ha già accumulato un notevole bagaglio di esperienza e ha le idee abbastanza chiare sui propri difetti: “Non sono abbastanza paziente, per questo ho ancora molto da imparare. Nella vita sono un tipo energico, ma ho una grande calma interiore, invece in campo sono un uomo diverso, spesso perdo la testa se le cose non vanno bene. Voglio diventare mentalmente più forte e trasferire sul terreno di gioco la serenità che ho al di fuori”.

Per continuare il suo itinerario di crescita può contare su un coaching staff rodato e sul rapporto di lunga data con Fernando Vicente, con il quale si sente sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Dal punto di vista tecnico ci sono stati miglioramenti soprattutto nella potenza del servizio, mentre lo stile generale di gioco rimane quello di picchiare forte da fondo senza mezze misure, anche per questo è stato fondamentale ritornare a colpire bene, a sentire la palla, il ritmo e a percepire nel modo giusto la propria presenza in campo – il qui e adesso, come l’ha chiamato in un’intervista qualche tempo fa -, aspetti che si erano un po’ persi per strada dopo l’inattività.

La top 10 è lì a portata e l’impressione è che questo Rublev 2.0 abbia parecchie marce in più. Le vicissitudini che ha attraversato l’hanno messo un po’ in secondo piano rispetto agli altri next gen rampanti, ma lui fa parte del gruppo dei migliori e i risultati lo dimostrano a gran voce. Intanto aggiorniamo le statistiche registrando l’esordio positivo a Rotterdam: 6-2, 6-3 senza concedere l’ombra di una palla break contro Basilashvili, uno che l’anno scorso l’aveva sconfitto due volte su tre, compresa la finale di Amburgo.

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