Da Safin a Safin

Da Safin a Safin

Curioso come il tennista contro cui Novak Djokovic esordì agli Australian Open nel 2005, è lo stesso che, 15 anni dopo, ormai ritiratosi, ha consegnato al serbo il suo ottavo trofeo a Melbourne. Parliamo ovviamente dell’indimenticabile Marat Safin

di Gabriele Congedo

“Niente capita a caso nella vita”. E’ così che Novak Djokovic, al termine della conferenza stampa dopo la finale degli Australian Open di Domenica scorsa, ha commentato il fatto che Marat Safin, che era uno dei suoi idoli da ragazzino, e che gli ha consegnato il trofeo proprio Domenica a Melbourne, è lo stesso tennista contro cui Nole esordì nello Slam australiano, ben 15 anni fa. 

Come si può notare dal filmato, Djokovic, allora 18enne, aveva i capelli tinti! Sì, perchè, come ha svelato lo stesso Nole, era andato dalla parrucchiera prima del match contro il russo, e dopo aver spiegato alla parrucchiera stessa di essere un tennista, di dover esordire sul centrale di Melbourne e di essere piuttosto agitato, la donna ha pensato bene di tingergli i capelli, oltre che a tagliarli.

Quell’incontro del lontano 2005 fu senza storia, e terminò con il punteggio di 6/0 6/2 6/1, in poco più di un’ora di gioco, per Safin, che poi vinse il torneo battendo in finale Hewitt in 4 set e dando un grosso dispiacere al pubblico di casa. Ma vedere quello stesso ragazzino allora appena 18enne, con la faccia pulita e i capelli tinti, sollevare al cielo 15 anni dopo il suo ottavo trofeo dello Slam australiano, da nuovo numero 1 del mondo, e vedere lo stesso Marat Safin, che 15 anni prima lo aveva punito inesorabilmente, consegnargli la coppa, non può non far sorridere.

Già, Marat Safin. L’indimenticabile Marat Mihailovic Safin: uno che, a detta di molti, esperti e non, era un predestinato, e avrebbe potuto vincere molto, molto di più di quanto effettivamente ha poi fatto (ex n.1 ATP, due titoli Slam, altre due finali e tre semifinali Slam, più 15 titoli vinti) se solo non si fosse lasciato andare in troppi eccessi fuori dal campo. Talentuoso e carismatico come pochi, il “bad boy” classe ’80 era dotato di un gioco potente e offensivo, ma al tempo stesso una grande sensibilità a rete e nell’esecuzione delle smorzate. Tra le sue prestazioni più devastanti non si può non ricordare la finale degli U.S. Open 2000, in cui il russo inflisse alla leggenda Pete Sampras una delle sconfitte più pesanti della carriera (6/3 6/3 6/4), conquistando il suo primo Slam, oppure la leggendaria semifinale degli Australian Open del 2005 (quelli in cui affrontò l’esordiente Djokovic al primo turno, appunto) in cui Marat, dopo aver salvato match point, sconfisse Roger Federer in cinque lottatissimi set, ponendo fine ad una striscia positiva dello svizzero di ben 26 vittorie consecutive contro top 10.

Purtroppo, il pronostico che Pete Sampras aveva fatto su Safin, definendolo il nuovo dominatore del tennis moderno, si rivelerà sbagliato: Safin difficilmente riuscirà ad esprimere un livello di gioco così pregevole e devastante come negli incontri citati poc’anzi, sia a causa di problemi fisici che di problemi comportamentali. E’ diventato famoso infatti anche per le sue sceneggiate in campo ed i suoi passaggi a vuoto, così come per il numero di racchette spaccate: saranno 1055 in tutto nella sua carriera (come lui stesso ha dichiarato nel 2011), di cui 48 nel solo anno 1999.

A livello personale e caratteriale, Marat non ha mai costruito qualcosa come una fidanzata e una famiglia, ha sempre vissuto per sè stesso, fatto ciò che gli piaceva, senza legarsi a nessuno, ed è così tutt’ora.  Dichiara che il suo carattere si è ammorbidito con il tempo, di essere stato fortunato ad avere avuto il tennis, perchè gli ha cambiato la vita; non ha account social perchè non vuole condividere con nessuno la sua vita personale, e passa le giornate leggendo giornali e libri o guardando documentari, se non viaggiando.

Il russo, ritiratosi definitvamente dal tennis giocato nel 2009 a soli 29 anni al Torneo di Parigi Bercy (con una cerimonia commovente e la celebrazione da parte di diversi campioni, come nel video qui di sotto), ha anche intrapreso per un breve periodo la carriera politica in Russia, dal 2011 al 2017, dove ha occupato un posto in parlamento come mebro del partito di Putin.

Nel 2016 è stato ufficialmente inserito nella Tennis Hall of Fame, primo tennista russo di sempre, mentre nel 2018 è stato pubblicato il libro “Facing Marat Safin: Symposium of a champion” di Scoop Malinowski, in inglese.

Al momento, non lo si vede molto nell’ambiente tennistico, al contrario di molti suoi ex colleghi, diventati allenatori, opinionisti o commentatori per la TV. Lo abbiamo visto qualche volta sugli spalti del Roland Garros, e recentemente in Australia, prima in panchina come capitano della Russia nell’ATP Cup, e poi alla cerimonia di premiazione degli Australian Open a Melbourne, appunto. Ma è una sua scelta, quella di vivere liberamente e fare quello che gli piace.

E la gente a cui piace il tennis non lo ha dimenticato, non può averlo fatto; perchè è forse troppo facile ricordare sempiternamente i vari Roger, Rafa, Novak, Pete, Andre, Boris, Ivan, John, Bjorn etc, i cui successi, numeri e record non si contano più. Ci sono però anche tante altre storie, con meno successi e numeri da capogiro ma che sono rimaste ugualmente nella memoria: è il caso di Marat Safin, che chi ha visto giocare al suo top ne è rimasto ammaliato e non potrà mai scordare, sospirando al pensiero di quanto il moscovita  avrebbe potuto ancora vincere se solo….

Appunto, se solo…

La carriera e la figura di Safin possono essere associate a tante immagini. Avrei potuto scegliere un’istantanea in cui spacca la racchetta, ad esempio, ma ho invece preferito scegliere un’immagine diversa. Australian Open 2002, Safin affronta Thomas Johansson nell’atto conclusivo, ma quella finale verrà ricordata dai più non tanto per quello che è successo in campo, quanto per chi vi stava sssistendo dalle tribune dal lato di Safin, un entourage di…Ehm, amiche che non sono passate di certo inosservate:

Katya Bestojeva, Di Vekosa e Anna Gorski nel box di Safin durante la finale degli Australian Open 2002.

Delle tre ragazze, chiamate subito “Safinettes”, non si è mai saputo cosa facessero effettivamente lì e chi fossero, e dopo quella finale non si sono più riviste; le leggende si sprecano su di loro, e Safin ha semplicemente dichiarato che si trattava di amiche che hanno reso il suo soggiorno in Australia più piacevole. Come dire, proprio nel suo stile…ci manchi, Marat! 😉

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